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UN CASO DI COSCIENZA 4/ Il successo di una fiction che racconta la Giustizia italiana. Come la vorremmo

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Il formato, però, non basta a giustificare i numeri crescenti dei dati auditel (dal 20.8% della prima puntata al 22.9% del penultimo episodio). Ci sono almeno due fattori nel “concorso di colpa”. La recitazione, per esempio. Rispetto a tanta fiction italiana inguardabile, qui gli attori non sono quasi mai retorici o sopra le righe rispetto a personaggi che, di base, sono ben costruiti. Le uniche eccezioni restano, seppur in misura contenuta, Vanessa Gravina, che interpreta il personaggio di Lea, spesso enfatica, Francesco Pannofino, alias Randazzo, non molto realistico nel lacrimevole senso di colpa che ci ha regalato ieri sera.

 

Per non parlare dell’esibizione gratuita e senza equivoci che Loredana Cannata offre del proprio corpo nudo.

 

Evidentemente, poi, ci sono anche i contenuti, simili e allo stesso modo tanto diversi da fiction di generi affini. Il grande nemico, qui come altrove – si pensi a Distretto di Polizia, Ris, Don Matteo, Il Commissario Coliandro solo per citarne alcuni – è la criminalità. La differenza tra questi polizieschi e il nostro legal – drama è che i primi raccontano semplicemente l‘inseguimento e l’arresto del “cattivo”. Un caso di coscienza, invece, va oltre, mostrando al suo pubblico tutto quello che succede dopo, il processo e la scritta della sospirata parola fine ai soprusi subiti dalle vittime. Questo, forse, è l’aspetto più attraente della serie e che ha spinto la media dei 5 milioni di spettatori a sedersi sul divano per seguire le vicissitudini dell’avvocato Tasca.

 

In un’epoca in cui tutto sembra relativo, anche il sistema giudiziario, guardare sullo schermo televisivo una storia che racconta la possibilità che i “cattivi” paghino effettivamente sembra rassicurante. Oltre al fatto che questa serie tratta il tema della denuncia sociale con sufficiente verosimiglianza, varcando i confini dell’irreale solo nella costruzione della macchinosa strategia con cui l’avvocato Francesca Canevari (Imma Piro) trama ai danni di Tasca, linea, quest’ultima, decisamente soggetta alle regole della finzione.

 

Il problema della giustizia, dunque, viene declinato attraverso due modelli: quello rappresentato dallo studio Tasca, dedito alla difesa di chi è vittima reale, e quello dello studio Canevari, il cui principio di legalità risponde al profumo dei soldi e dei soprusi sociali fino a sconfinare nella corruzione e nella criminalità. Due facce di una stessa medaglia che non sono sempre frutto dell’invenzione.



© Riproduzione Riservata.

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COMMENTI
06/01/2010 - Ringraziamenti. (Alberto Pennati)

Non è la prima volta che spedisco un commento, ma è sicuramente la prima volta che ricevo un ringraziamento dall'autore - anzi autrice - dell'articolo. Volevo a mia volta ringraziare la Sig.ra Bellucci ed IlSussidiario anche per questo. Effettivamente mi capita di dimenticare che, tra tante note negative, ve ne sono invece di positive che non hanno lo spazio che meriterebbero. E meno male che vi sono articoli come questo che lo ricordano.

 
05/01/2010 - Complimenti. (Alberto Pennati)

Anch'io ho seguito questa fiction dall'inizio alla fine. Volevo fare i complimenti alla sig.ra Bellucci per l'articolo, che rispecchia il mio pensiero, anche per come vorrei la giustizia in Italia. Nè politica, nè polemica, ma solo equa e lontano dalle "luci della ribalta". P.s.: non sono un parente della Sig.ra Bellucci.

RISPOSTA:

Desidero innanzitutto ringraziala per il suo commento positivo. Anche a me piacerebbe una giustizia equa e...semplicemente giusta. Credo che in realtà - nella realtà di tutti i giorni, intendo - esista davvero. Un caso di coscienza, in fondo, ne è prova. Per quanto finzione, questa serie si ispira a circostanze reali proponendo due diversi volti del Sistema Italiano: corruzione ed equità. Sui giornali, spesso, leggiamo solo di magistratura incoerente rispetto al servizio che dovrebbe proporre o di avvocati senza morale. Ci sono, però, anche tanti professionisti che sono i ROCCO TASCA dei nostri giorni e sono convinta che lo scopo di questa fiction sia ricordarcelo con fare discreto ma a mio parere convincente. L'interpretazione di Somma, poi, agevola decisamente l'intento, no? Maria Luisa Bellucci

 
05/01/2010 - Se la giustizia fosse come quella dell'avv. Tasca! (Collina Andrea)

Se la giustizia italiana fosse quella in cui lavora l'avv. Tasca di questa avvincente e mistificante fiction, allora non ci sarebbe bisogno di leggi, codici, e quindi giudici, avvocati, parlamenti politici e quant'altro ogni giorno si onora di mostrarsi al nostro sguardo! Anzi, a ben vedere se la giustizia fosse quella strada lastricata di buone e risentite intenzioni, quella lotta misteriosa ed eterna dei buoni contro i cattivi, che la bontà del protagonista porta a compimento, allora questo dovrebbe segnare la fine anche del mestiere di quel Tasca tanto decantato, ovvero l'avvocato!!! Fortunatamente la realtà non è fatta di buoni e cattivi, ma di gente come me e come voi che leggete, che è buona e cattiva insieme, capace di tanto male, ma persino di fare a volte e quasi per sbaglio (giuridicamente o anche penalmente punibile) anche del bene. Per questo c'è bisogno di questa fallace e tanto scalcinata giustizia, fatta di leggi, codici, avvocati e magistrati, perché essa non è nient'altro, al di là delle buone o cattive intenzioni dei suoi protagonisti, l'estremo tentativo ironico che l'uomo compie per evitare che la propria e altrui cattiveria distrugga tutto quanto... La giustizia cari miei, non è stata fatta perché diventiamo più buoni, ma c'è perché anche se siamo cattivi, abbiamo bisogni che qualcuno ci guardi e ci dica che lo siamo. Ricordate Nietsche e il suo desiderio di una giustizia che "abbia occhi per guardare...". Andrea Collina

RISPOSTA:

Carissimo Sig. Collina, sono d'accordissimo con lei! Non esistono persone buone o cattive e la giustizia è indispensabile oggi più che mai. Non bisogna dimenticarsi, però, che la fiction, come dice la parola stessa, crea un mondo di finzione che a volte vuole provocare lo spettatore, a volte preferisce "coccolarlo" regalandogli una dimensione alternativa rispetto a quella quotidiana. Nel nostro caso l'avvocato Tasca è Re in un mondo in cui vincono i buoni. Chi, da spettatore, non vorrebbe accendere la televisione e, per due ore a sera, sperare nell'happy end? Fa parte, in qualche modo, del patto televisivo tra regista/sceneggiatore/produttore e fruitore quello di offrire la possibilità di sognare, sepur nei limiti dello schermo tv. Non per tutti i programmi è così, ovviamente. Gli ideatori di Un caso di coscienza hanno - è vero - diviso il mondo in due, ma hanno anche offerto una via di fuga verso il realismo. Parlo del personaggio di Luca Canevari, figlio della perfida Francesca. Luca non è un uomo risolto, ha ombre e fantasmi, come, in fondo, ognuno di noi. E' cattivo ma anche buono. O meglio, ha in sè la speranza del cambiamento. Maria Luisa Bellucci