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SCUSA, MA TI VOGLIO SPOSARE/ Una favola cavalleresca tra motociclette, nevrosi e il desiderio di un lieto fine

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Quella raccontata dal regista, però, è solo un’apertura marginale sulla realtà, quella della borghesia romana. È anche questo che rende piccolo e provinciale il film, impedendogli un ampio respiro - anche se siamo convinti che il regista non avesse intenzioni di magnificenza. Avrebbe potuto parlare dell’amore a tutti, colti e non colti, uomini e donne. Avrebbe potuto fare emozionare, raccontando una passione “universale”. Avrebbe potuto.

 

La storia, invece, non è da Oscar, è piuttosto semplice, addirittura banale, ma la forza di Federico Moccia sta proprio nel saper usare la linearità per comunicare con il suo pubblico. Personaggi stereotipati, meccanismi intuitivi, complicazioni harmony che si sciolgono con un bacio. Non inventa nulla di nuovo, non regala un’avventura indimenticabile o un’emozione diversa al club delle storie d’amore.

 

Si mantiene sulla linea della mediocrità, che comprende anche le scelte attoriali. La sua ricetta, però, fino ad ora è stata vincente, da sale piene, e non richiede molti ingredienti: una love story da manuale, fatta di contrasti, raccontata con parole, strutture, sentimenti semplici e freschi. Immediati.

E alla fine resta un solo messaggio: tutti abbiamo bisogno di amare.



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