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RIC E GIAN/ Clericetti: Gian, brillante e sanguigno sapeva interpretare ogni ruolo. Mentre i comici di oggi...

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Facevano un tipo di comicità molto popolare, legata al mondo dell’avanspettacolo, ad un pubblico da raggiungere in maniera immediata. Ma il loro incontro con autori come Marcello Marchesi, Italo Terzoli o Enrico Vaime li aveva decisamente arricchiti. Ricevevano da loro contenuti, meccanismi e testi sicuramente più alti di quelli dell’avanspettacolo. Ma la sanguignità e la comunicatività che avevano precedentemente acquisito, erano di grado di trasportarla al pubblico televisivo, valorizzando i contenuti che gli venivano dati. Davano vita a sketch molto raffinati, come quelli incentrati sui modi dire e le frasi fatte; o a gag musicali in cui ripercorrevano i decenni precedenti, raccontando la nascita dal Blues.

 

 

Le migliori qualità di Gian?


I suoi tempi comici erano di una precisione assoluta: sapeva quando era il momento di entrare, quando era il momento di lanciare una battuta e quando uscire. Sapeva far ridere solamente con un’espressione facciale o una smorfia, creando un meccanismo perfetto. Possedeva, inoltre, una grande capacità interpretativa: era, soprattutto, un attore brillante che, all’occorrenza, diventava vittima, dirigente, ricco o povero.


Quelle di  Ric?

 

Era più comico, spontaneo, veniva provocato e rispondeva con una battuta. Come Paolo Villaggio con Gianni Agus: il comico, ovviamente, era Villaggio, ma era Agus a portare avanti la struttura dello sketch.

 

 

Chi sono, secondo lei, i loro eredi?

  

Non vedo eredi  in giro. Da allora, nel mondo della comicità, tutto è cambiato


Che cosa, in particolare?

 

 

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