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CINEMA AMATORIALE/ Che differenza c’è tra Paranormal Activity e i filmini (odiosissimi) delle vacanze?

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Così credono e così devono credere. Questo, a maggior ragione, nell’era digitale che mette a disposizioni di chiunque dei discreti mezzi di produzione filmica. Cannibal Holocaust (1979), The Last Broadcast (1998), The Blair Witch Project (1999), Cloverfield (2007), Rec (2007) sono alcuni fra gli horror che hanno usato le tecniche più svariate, anche di tipo pubblicitario (viral marketing), per assomigliare il più possibile ad un filmato “involontario”, di quelli catturati senza alcuna preoccupazione o capacità tecnica, in modo da rispecchiare non solo i risultati ottenibili da un comune individuo, ma soprattutto per fare in modo che il comune individuo si rispecchi in essi.

 

Si tratta di una sorta di populismo cinematografico progettato a tavolino, la cui volontà è quella di retrocedere stilisticamente per compiere una mimesi con i risultati ottenibili dal video maker della domenica, che gioca con le handycam, con le webcam e con le videocamere integrate dei cellulari; cioè un po’ tutti. Quindi, sempre programmaticamente, i film finto-amatoriali si sprecano in fuori fuoco, in lunghissimi piani sequenza, in traballamenti nauseabondi (la tecnica della shakycam), in primissimi piani dermatologici, in noiosissimi tempi morti.

 

Esattamente tutti quegli strafalcioni che rendono amatoriali le riprese amatoriali. L’aura di approssimazione low-budget viene quindi potenziata da una sceneggiatura “verité” fatta di dialoghi fintamente alla buona, fintamente improvvisati, fintamente amatoriali. Tutta questa “approssimazione” per fare apparire un film poveristico costa, in verità, parecchi soldi e parecchia tecnica ma, a quanto pare dai risultati al boteghino, poi paga.

 

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