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IL FIGLIO PIU' PICCOLO/ Avati mette in scena il dramma dei "furbetti" decaduti, ma qualcosa non convince

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Baldo, patta aperta e andatura da panda, ha nella testa solo bislacchi progetti di film su transessuali cannibali, nel cuore l’amore per la madre nevrotica e la nostalgia per quel padre che non sa credere uno schifo d’uomo. L’assenza di qualsiasi positivo nella figura paterna e nel suo entourage é corollario della critica di Avati alla contemporaneità stretta, giungla di self-made man che vivono di finzioni.


Nessun piglio dipietrino o moralizzatore per il regista, soltanto nostalgia per un’innocenza spensierata che non viva di calcoli, per il candore dell’Idiota di Dosteoevskij. Ma mentre la purezza dell’Idiota letterario é scelta di non affermare sè ma qualcosa di più grande, Baldo é soltanto scemo. In modo commovente, disarmante, ma a tratti fastidioso.


L’ingenuità infantile, vuota di ogni ragione, é infatti un falso valore. Lo dimostra la facilità con cui l’angelico nerd tradisce la fiducia di madre e fratello, abbagliato dal falso sogno di realizzazione cinematografica offertogli da Bollino. Più luminoso forse il personaggio di Fiamma, una svampita Morante, la cui forza viene dall’aspettarsi qualcosa dall’altro, dal marito infame che si ostina a chiamare il migliore.

 

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