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IL FIGLIO PIU' PICCOLO/ Avati mette in scena il dramma dei "furbetti" decaduti, ma qualcosa non convince

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Una fede folle che vuole il bene di chi l’ha ingannata, un’attesa commovente di qualcosa che però non esiste. Il risultato é la figura di un’adorabile isterica, che sublima il vuoto con gli psicofarmaci e le canzoni new-age cantate in teatri vuoti. Intelligente la scelta di De Sica nel ruolo del furbetto in rovina: raccoglie l’eredità di anni di vacanze di Natale e mette alla prova l’incontestabile potenziale drammatico dell’attore.

 

Ci si sarebbe proprio per questo aspettati di più: Christian, sopracciglio eternamente atteggiato a insofferenza, rimane fisso nel ruolo di leone in gabbia, che pure interpreta con precisione. Nel finale, dopo il crollo rovinoso della Baietti, il padre farà ritorno all’ovile. Un ritorno imposto, vissuto con estraneità, una pallida risposta a quell’attesa colma di bellezza della moglie adorante.

 

Forse per questo, anche con i toni intelligenti e delicati di Avati, il film non convince completamente: i personaggi vivacchiano gli eventi, sono determinati da quel che accade senza opporre una risposta propria, senza esserne cambiati. In quest’ibrido tra critica sociale e melodramma famigliare non é tracciato un percorso di trasformazione: incontriamo così personaggi, anche sfaccettati e intriganti, ma mai persone.



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