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SENZA TRACCIA/ Una fotografia e una lavagna bianca: così la squadra di Jack Malone ricostruisce un mondo

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New York, ovvero la Grande Mela o la città che non dorme mai. Le strade più centrali o i vicoli di periferia, però, possono anche trasformarsi in una voragine che inghiotte oggetti, circostanze, persone. Come accade in Senza Traccia, serie americana fortunata negli ascolti – in patria e non – che per politica di contenimento dei costi della CBS vedrà calare il sipario alla fine della settima serie. Peccato. Perché appartiene a quel genere di detective drama che salutano da lontano la ben più tecnologica famiglia dei CSI, portando una refrigerante aria di ritorno al passato.


Non ci sono complicate analisi di laboratorio né stranianti riscontri scientifici a scandire la storia raccontata. Qui la squadra di Jack Malone ha a che fare con la scomparsa di una persona. All’inizio della puntata la vediamo nelle sue ultime azioni prima di dissolversi nel nulla. Dov’è finita? Uccisa? Semplicemente scomparsa? Ha cambiato vita? E’ questo che Jack, Samantha, Viv, Danny, Martin ed Elena devono scoprire.

 

Una lavagna bianca rappresenta il loro punto di partenza: un mondo da ricostruire, quello attorno alla vittima. Di lei si conosce solo l’ultimo luogo che ha frequentato e, se si è fortunati, l’ultima persona che ha incontrato. È un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, tenendo bene d’occhio la lancetta che scorre in avanti e che suona come una probabile condanna a morte.

 

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