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IL CONCERTO/ La rocambolesca lotta contro il male di un direttore d'orchestra umiliato dal regime

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Sull’ambulanza guidata dall’amico Sasha, Andrej si lancia in una caccia rocambolesca per le vie di Mosca, tra mercatini, musei e peep show, un rincorrersi di gag e spaccati di vita vera. Radunata l’orchestra, Filippov convoca come primo violino la francese Anne Marie (Melanie Laurent, già ebrea vittoriosa in Bastardi senza gloria), magnetica trentenne di cui custodisce i successi in una scatola di scarpe. Capiamo subito che non é feticismo ma eco di un passato lontano e tormentato. I misteriosi rapporti tra Andrej, Anne Marie e la defunta Lea sono infatti la linea narrativa portante, un giallo efficacemente disvelato poco a poco, con discrezione.


Un violino tzigano introduce chiasso e illegalità e, atterrati a Parigi, i cinquanta elementi sembrano rom appena sfollati da un campo. Di fronte all’avidità e al temperamento slavo dei musicisti la sorte del concerto appare da subito appesa a un filo. Ma nel potente finale, il Concerto 35 di Tchaikovsky sorge dalla confusione come un miracolo, una cornice da brivido per il disvelarsi della verità su Anne Marie e lo sciogliersi di tutte le miserie umane nella bellezza.


L’homo sovieticus Gavrilov dimentica l’utopia («Proletari di tutto il mondo unitevi gli uni contro gli altri», come ironizza Filippov) e si abbandona alla grandezza di ciò che accade. «Non l’avrei mai immaginato eppure esisti» sussurra al Dio che aveva sostituito. E il trombettista, prototipo dell’ebreo ortodosso avido ma fedele, conclude il concerto con un «Amin».

 

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