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VIDEOGAMES/ La comunicazione "subliminale" si batte con l'educazione

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Lo spot va dritto al nodo della questione: stai abdicando all’educazione di tuo figlio lasciando a tv e videogiochi il compito di influenzarlo acriticamente? Alcuni psichiatri di scuola inglese sono convinti che i videogiochi violenti servano semplicemente a scaricare le tensioni. Mentre altri, di scuola americana, sono convinti che invece contribuiscano in maniera significativa ad accrescere l’aggressività dei minori.

 

Mi domando se c’è bisogno di essere laureati in psichiatria per capire che l’educazione è innanzitutto un fatto di mimesi: qualsiasi cucciolo impara per imitazione, che sia un ghepardo avviato alla caccia dalla mamma o un bimbo cui si insegna a distinguere prima i colori e poi magari il bene dal male. Il problema non è quindi cosa vede o cosa non vede, ma le riflessioni che viene invitato a fare su cosa vede, il che ha a che fare con l’educazione al senso critico. Per cui è inevitabile che la reiterata e acritica esposizione ad ammazzamenti senza pietà –ancorchè virtuali – non può non avere effetti, magari a molti anni di distanza.

 

E infatti, quello che colpisce della vicenda di Torino è la lucida freddezza con cui il ragazzo ha sgozzato il padre, come se stesse vivendo in un videogioco virtuale. Il momento ludico è un momento fondamentale per apprendere più facilmente: lo dimostrano le scuole di musica che la insegnano ai bambini facendoli giocare. Come si può pensare che la violenza insegnata con analoga tecnica non possa produrre effetti pericolosi?

 

La morale è che i bimbi che avranno giocato a tempo debito con i giochi adatti accompagnati da un genitore, da grandi potranno anche giocare senza problemi anche con Grand Theft Auto perché avranno imparato a distinguere al momento opportuno il bene dal male. Senza tentare di sgozzare il padre al primo diverbio…

 

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