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INVICTUS/ La trasparente e silenziosa finestra di Clint Eastwood sulla fine dell'Apartheid

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È anche per questo che Eastwood è l’unico che avrebbe potuto mettere su pellicola Mandela: perché loro due sono uguali. Due uomini silenziosi, due grandi osservatori, lungi dal voler suscitare clamore, un compiaciuto sorriso di gioia nel vedere i buoni frutti di un lavoro compiuto nel silenzio, nell’umiltà. Così il regista, traendo anche ispirazione dal libro Playing The Enemy, di John Carlin, sceglie un singolo episodio, una partita di rugby.


Le restituisce il significato che ebbe allora e che forse è stato dimenticato, facendo gravitare attorno ad essa il valore del perdono e della comprensione come presupposti per la nascita di una Nazione, o meglio, di un Popolo, i Sud Africani. Bianchi e Neri insieme. Così in Invictus – L’invincibile, il Campionato del Mondo di Rugby diventa anello di congiunzione tra il passato e il futuro. Non basta che l’Apartheid sia finito. Bisogna che i fatti lo dimostrino, che bianchi e neri si stringano la mano non solo formalmente, ma con spontaneità, poiché questo è l’ordine naturale del mondo.


È in questo che Clint Eastwood interpreta Mandela, cogliendone la lungimiranza di vedere in un macth sportivo l’occasione civile e politica per trovare il minimo comune denominatore tra gente della stessa terra. Ci vogliono delle regole per creare una Nazione. Non più quelle razziste del vecchio ordine. Regole nuove, che gridano a una sola voce la parola perdono. È questo che significa la scena in cui gli Springboks, la Nazionale di Rugby del Sud Africa fino ad allora non riconosciuta dalla popolazione nera, scende in un campo di periferia tra bidonville e insegna le regole del loro gioco a bambini neri.


Gli Springboks, fino ad allora collezionisti di grosse delusioni sul campo, hanno bisogno di energia per affrontare e vincere i Campionati del Mondo. I bambini neri hanno bisogno di credere che smetteranno di vivere emarginati. E Eastwood fa la magia. Si, perché il regista, nel modo in cui racconta i fatti, sottolinea che affinché si realizzino i frutti del perdono, bisogna essere in due. Nel 1995 gli Springboks non sarebbero diventati Campioni del Mondo se Mandela, nel suo piano di trasformare il Campionato in un’occasione per far gioire della stessa vittoria bianchi e neri, non avesse incontrato François Pienaar, Capitano della squadra.


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COMMENTI
02/03/2010 - recensione invictus (LUIGI PICCININI)

Condivido pienamente quanto espresso dall'autore dell'articolo. Pur non raggiungendo le vette di Gran Torino è sicuramente un film che non delude le aspettative che Eastwood ultimamente ci ha abituato a tenere deste. Consigliato per grillini, travaglini, dipietristi, gasparriani et similia che volessero convertirsi sulla via di Mandela ad una politica di pacificazione nazionale. "Il perdono vince la paura (del nemico)".