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INVICTUS/ La trasparente e silenziosa finestra di Clint Eastwood sulla fine dell'Apartheid

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Il perdono è fatto di comprensione. È per questo che Pienaar organizza per la sua squadra una gita sull’isola che fu la prigione del Presidente. Perché ha bisogno di capire e far capire ai suoi compagni la sincerità delle intenzioni di Mandela, un uomo chiuso in una cella minuscola per 27 anni, condannato ai lavori forzati a vita, e ora pronto a perdonare chi gli ha fatto questo. E’ per questo che gli Springbok devono vincere.


Forse il caso o forse l’attenzione di Eastwood sottolineano il valore metaforico che assume un evento sportivo come germe di un popolo, e che tale sport sia il rugby. Una disciplina per duri, in cui si esce dal campo ricoperti di graffi ed ematomi, ma nel sudore, nella fatica e nelle botte è uno sport, paradossalmente, molto corretto, con regole ferree. È così che il popolo Sudafricano nasce, dalla sua stessa terra.


Si può essere certi nel dire che i protagonisti di questa pellicola siano tre: Mandela, François Pienaar e il rugby. E Clint Eastwood? Sta nascosto dietro la macchina da presa, come quando nel cinema classico i movimenti di macchina erano così fluidi e invisibili da essere il naturale prolungamento della vista umana. Eastwood c’è nel suo non essere invadente. C’è nello sguardo trasparente con cui racconta la storia. C’è, soprattutto, nell’aver colto in un “piccolo” evento il vero significato di un grande uomo.

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COMMENTI
02/03/2010 - recensione invictus (LUIGI PICCININI)

Condivido pienamente quanto espresso dall'autore dell'articolo. Pur non raggiungendo le vette di Gran Torino è sicuramente un film che non delude le aspettative che Eastwood ultimamente ci ha abituato a tenere deste. Consigliato per grillini, travaglini, dipietristi, gasparriani et similia che volessero convertirsi sulla via di Mandela ad una politica di pacificazione nazionale. "Il perdono vince la paura (del nemico)".