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WOLFMAN/ L'Uomo-Lupo tra atmosfere gotiche e psicanalisi: ecco un remake che ha un senso

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La sceneggiatura va ad Andrew K. Walker, che stupì le platee con lo screenplay di Seven (1995), in collaborazione con il poco noto David Self (Era mio padre, 2002). La cosa migliore che si può dire di questo nuovo Wolfman è che evita di aggiornare al glamour odierno l’atmosfera finemente gotica che contraddistingueva il suo vecchio modello, lasciando perdere riletture moderniste e radical chic per una sana e classica messa in scena di fine XIX secolo.

 

E, ça va sans dire, il gotico non trova migliore espressione se non fra gli introversi paesaggi inglesi e i viottoli nebbiosi. La storia è, bene o male, sempre quella. Lawrence Talbot, un Benicio Del Toro che già di suo non avrebbe bisogno di trucco per trasmettere inquietudini belluine, è un attore teatrale di successo nato in Gran Bretagna ma cresciuto in USA.

 

L’uomo riceve una lettera da Gwen Conliffe (Emily Blunt), la fidanzata del fratello Ben, la quale lo informa che Ben è sparito. Lawrence quindi torna in quel di Blackmoor, villaggio che non vede da quando era ragazzino, solo per venire a sapere che suo fratello è stato trovato morto, e morto male: il cadavere è in pessimo stato. Siccome siamo in un film horror, Lawrence non organizza un semplice funerale e poi torna in America a calcare le scene, ma si lancia in un’indagine che lo porta in un campo di zingari.

 

Qui viene aggredito da una bestia feroce che lo ferisce quasi mortalmente. Guarito in maniera repentina dallo scontro con quello che ovviamente era un licantropo, Lawrence Talbot dovrà ora fare i conti con la maledizione; il suo severo padre (Anthony Hopkins), che lo chiude in manicomio, non sembra essere il migliore aiuto. A tratti piacevole, a tratti prolisso (e a chi piacciono i classici, piacevolmente prolisso), Wolfman rimane sui binari del film del 1941 con un sentire che lo rende quasi più ispirato a L’Implacabile Condanna (1961) e con variazioni quali l’introduzione dell’ispettore Francis Abberline, simpatica citazione del poliziotto, Frederick Abberline che indagò sugli omicidi di Jack lo Squartatore.

 

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