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WOLFMAN/ L'Uomo-Lupo tra atmosfere gotiche e psicanalisi: ecco un remake che ha un senso

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La variazione principale, tuttavia, è la presenza del padre di Lawrence Talbot, interpretato dal più che bravo Hopkins, qui John Talbot, anch’egli licantropo. La cosa si presta a riletture spesse. John è, in effetti, il licantropo che ha terrorizzato la zona, e ciò dà al film, diversamente dalla pellicola del ’41, un cattivo ben identificabile ma oltre a ciò il dualismo padre-figlio fa assumere al film una prospettiva quasi shakespeariana, per cui Lawrence pare una figura tragica che deve fare i conti con un re da spodestare.

 

È qualcosa che suona assai edipico, non solo perché Lawrence è rimasto sconvolto dalla morte della madre, non solo perché ora si trova a doversi scontrare con il padre, ma anche perché tutto ciò avviene prima dell’esplosione culturale psicanalitica e quindi la repressione inconscia dell’istinto che si manifesta in maniera mostruosa e distruttiva nella metamorfosi licantropia è un “perfetto” esempio di conversione somatica del sintomo pre-cura nevrotica.

 

Non ché la licantropia del lupo umano del 1941 avesse spiegazioni psicologiche diverse, ma questo film del 2009, introducendo la figura paterna, rende il fenomeno ancor più complesso ed evidente. Poi, letture psicologiche a parte, la presenza di Hopkins-John paga a livello di mero intrattenimento. L’altra variazione originale è la postdatazione degli eventi. Il film del 1941 si svolgeva negli stessi anni in cui veniva presentato, mentre Wolfman si svolge nell’ultimo decennio del XIX secolo; ciò permette ai costumisti (Milena Canonero), agli scenografi e quant’altri di realizzare un film in cui lo stile vittoriano incontra il gotico in un’esplosione estetica del tutto peculiare e stilizzata.

 

Molti spettatori moderni dicono di non aver apprezzato il film, in parte anche per l’abuso di computer grafica. Sarebbe curioso sapere quanti di essi hanno avuto l’ardire di vedere l’originale, perché, chi l’ha visto lo sa, L’Uomo Lupo era esteticamente malmesso già ai tempi, malmesso il licantropo e malmessa la cura dei set: molti di coloro i quali dicono di non aver apprezzato Wolfman, anelando una messa in scena più discreta, temo che cadrebbero in catalessi allo scoccare dei primi 15 minuti del film del 1941.

 

Già negli anni ’40 il cinema horror e fantastico veniva aggredito da più parti da chi vedeva nell’effetto una superficiale espressione di non-arte. Io, difensore dell’SFX e della CG come peculiare forma espressiva artistica che ben rappresenta la nostra era digitale, dico che Wolfman finalmente dà vivace splendore ad una storia che nel 1941 non poteva essere rappresentata come avrebbe meritato.

 

 

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