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WOLFMAN/ L'Uomo-Lupo tra atmosfere gotiche e psicanalisi: ecco un remake che ha un senso

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Il film del 2009 non inventa nulla di nuovo, così come l’effettista Rick Baker non stupisce con il computer più di quanto avesse già fatto in Un Lupo Mannaro Americano a Londra (1981), eppure la fotografia di Shelly Johnson, le trasformazioni anatomiche e l’inseguimento per le strade di Londra non sono affatto estetismi scontati. O forse sì, se ci consideriamo degli spettatori viziati.

 

Per quanto riguarda il cast, pareva una scelta pericolosa mettere al fianco due premi Oscar e forse questo è il motivo per cui nessuno dei due dà una prestazione che rimarrà nella storia del cinema. Sembrava oltretutto azzardato dare il ruolo dell’inglese Lawrence Talbot ad un attore di origine portoricana; Del Toro, tuttavia, grande amante del film del ’41, si è incollato alla pellicola fin da quando è stata annunciata nel 2006 e compare anche come produttore.

 

Il suo Talbot è efficace e, in effetti, richiama molto bene l’aspetto di Lon Chaney Jr., aumentando di qualche grado il suo umore depresso. La regia di Johnston è prona alle necessità di un film mainstream che deve cercare di piacere a tutti, deve mettere in risalto le due star protagoniste, gli effetti speciali e le scene adrenaliniche costruite per non far sentire troppo a disagio il pubblico da Xbox; comunque funzionale.

 

Questo è, in definitiva, un horror che non fa paura, anche perché la lotta fra istinto e ragione è problema psicosociale da un pezzo superato, ma la rivisitazione filologica della Universal è corretta, lo splatter che prima non c’era e che ora c’è è piacevolmente furbetto, ed il lavoro tecnico è pregevole anche a discapito di debolezze in sceneggiatura che possono essere tollerate. Averne di horror così.

 

A chi si lamenta consiglio di farsi un viaggio nei veri inferi cinematografici guardandosi La Croce dalle Sette Pietre (1987) di Andolfi, dove un licantropo lotta contro la camorra, così almeno ci troveremo d’accordo su cosa sia davvero un brutto film.



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