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WOLFMAN/ L'Uomo-Lupo tra atmosfere gotiche e psicanalisi: ecco un remake che ha un senso

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Schifate l'aconito, schivate pallottole d'argento e avete nell'armadio una catasta di vestiti di ricambio perché ogni volta che vi trasformate fate a brandelli pantaloni e camice? No, mi spiace, non siete Hulk, siete solo dei licantropi. Ma niente paura, è arrivato il vostro momento. I timori millenaristici in ambito cinematografico erano tutti fondati: ogni pellicola prodotta nel XX, allo scoccare dell'anno 2000, viene re-makata e riadattata ai gusti del pubblico del XXI secolo.

 

È ora il caso di Wolfman, ovvero L'Uomo Lupo del 1941, ma con il pelo pettinato. Il vecchio film della Universal, con protagonista il bravo Lon Chaney Jr., fu uno dei classici del tempo e andò ad arricchire la teca dei mostri classici del cinema, al fianco di Dracula, del Mostro di Frankenstein, della Mummia e dell'Uomo Invisibile (quest'ultimo, nomen omen, il meno visto di tutti).

 

L'Uomo Lupo ha il merito non tanto di essere un bel film ma di aver tracciato in maniera stabile il paradigma del licantropo; è in questa pellicola, infatti, che si parla dell'avversione del mannaro per l'argento, della sua relazione con la luna ed altri particolari che con il tempo sono stati confusi con una vera e propria tradizione folkloristica.

 

Ma la pellicola del 1941 era anche, rilettura più nascosta conoscendo le origini dello sceneggiatore ebreo Kurt Siodmak, una metafora dell'Europa vista come zona d'origine del Male, male che nella fattispecie era quello nazista; Landis, cosciente di ciò, nel suo Un Lupo Mannaro Americano a Londra (1981) mostra dei lupi mannari vestiti da SS. Nonostante il successo, la Universal preferì, anche per mancanze di idee, fare scontrare i propri mostri piuttosto che dare al licantropo una sua personalissima saga come invece era stato per Dracula e Frankenstein (vedasi Frankenstein contro l’Uomo Lupo, 1943; Al di là del Mistero, 1944; La Casa degli Orrori, 1945, e il comico Il Cervello di Frankenstein, 1948). Si è dovuto dunque aspettare fino ad oggi perché la Universal rimettesse seriamente mano all’icona; in questo particolare caso la remake-mania ha senso.

 

La regia è affidata a Joe Johnston, ex direttore artistico, scenografo ed effettista dell’Industrial Light and Magic che, nel 1989, divenne regista per intervento della Disney (Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi); Johnston si è mantenuto con un curriculum registico non sempre brillante fatto di film, e poco sorprende, che molto devono agli effetti speciali.

 

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