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Cinema/ Tre pellicole “regine” degli Oscar

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Otto candidature ciascuno: queste le credenziali con cui si presentavano alla serata degli Academy Awards di quest’anno No Country for Old Men e There Will Be Blood, nel momento in cui scriviamo ancora saldamente tra i tre/quattro titoli maggiori della stagione in corso. Due diverse descrizioni del potere del Male, di recente (si veda il successo di The Departed, al di là del doveroso e tardivo omaggio a un maestro come Martin Scorsese) uscito dall’angolo dove lo avevano sospinto le “magnifiche sorti e progressive” del cinema hollywoodiano mainstream. Medesimo tono e identico coraggio profusi per entrambi? Tra l’uno e l’altro solo l’imbarazzo della scelta, anche puramente estetica? L’Academy ha poi deciso: una conta finale di 4 a 2 a favore degli “irregolari” e geniali fratelli Coen, con statuette pesanti (film, regia e sceneggiatura, anche se non originale), che ha lasciato al film scritto e diretto da Paul Thomas Anderson i soli riconoscimenti per attore protagonista e fotografia.
Entriamo nel merito. No Country for Old Men, appoggiandosi su una stampella di lusso come l’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, sembra avere rinnovato i fasti di un certo cinema d’autore sul tema suscitando un consenso che pare richiamare alla lontana, al di là del già citato The Departed, quello che quasi identicamente consentì al terrificante Il silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs, 1991, Jonathan Demme) di portarsi a casa tutti i premi fondamentali: film, regia, sceneggiatura (non originale, adattata dall’omonimo romanzo di Thomas Harris), attore e attrice protagonista. Resta il fatto che il successo di queste esemplari pellicole ci sembra poggiare in misura considerevole anche sulla statura narrativa dei memorabili e mefistofelici personaggi che attraversano le due opere. Eppure il raffinatissimo Hannibal “the Cannibal” Lecter prima maniera interpretato da Anthony Hopkins così come lo stranito Anton Chigurh di Javier Bardem rischiano ultimamente di confinare il Male descritto in figure ben precise, inseribili entro un loro pur funesto ordine, una loro pur mortifera logica, facendolo quindi risultare in qualche misura addomesticabile, assimilabile, non solo narrativamente.
In There Will Be Blood non ci sono invece uomini alla Ed Tom Bell, il disincantato sceriffo alla ricerca di un senso per i lutti che gli capita di dover fronteggiare in questa “non-patria per vecchi”. Vi troneggia il titanico Daniel Plainview (un Daniel Day-Lewis impossibile da non premiare), solitario cercatore d’argento convertitosi all’oro nero che trova uno sfidante alla sua feroce caparbietà votata al successo personale nell’ambiguo predicatore Eli Sunday. Un confronto-scontro tra due “volontà fatte carne” che mette in scena qualcosa di più spaventoso del sicario psicopatico o della violenza urbana dei Coen, perché va direttamente al cuore del farsi della nazione (il mitico Ovest del “destino manifesto”, violentato dalle trivelle e sporcato dal petrolio di Plainview), traendone una storia di odio e follia viscerali, dove il filo conduttore è il possesso della realtà come volontà di affermazione di sé: esaurita la corsa verso lo spazio della frontiera americana, si finisce per scavare sotto la superficie per scoprire l’inferno materiale e morale di una nazione e dei suoi più esemplari rappresentanti. Una storia che rappresenta uno schiaffo al moralismo di matrice calvinista, dove l’accumulo di ricchezza materiale non corrisponde all’effettiva levatura morale dell’individuo.
Proprio in tema di “americanità” i membri dell’Academy avrebbero potuto rivolgere uno sguardo meno sufficiente ad un’altra grande pellicola di questa stagione, Into the Wild, l’appassionato e lucido ripercorrere, da parte dell’attore/regista Sean Penn e del suo giovane interprete Emile Hirsch, delle strade percorse dal ventiduenne virginiano Cristopher Johnson McCandless alla ricerca dell’esperienza della libertà e della felicità negli Stati Uniti dei primissimi anni Novanta (in televisione c’è Bush padre che annuncia l’inizio della Prima guerra del Golfo). Una storia vera restituita sul grande schermo in toni per nulla neo-hippie o facilmente ribellistici, che fa affrontare anche allo spettatore più distratto una discesa sempre più radicale alle origini del Mito americano, con un respiro che il cinema d’oltreoceano non offriva dagli anni Settanta. Dove la resa dei conti finale con la realtà, affrontata a viso aperto dal giovane Chris, arriva dopo 148 minuti di cinema che acquista via via autorevolezza per l’autenticità e la “moralità” di sguardo che lo caratterizza.

(Leonardo Locatelli)

(Foto: Imagoeconomica)


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