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CINEMA/ Il Film che ha conquistato la Russia presto in Italia

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Presto uscirà in Italia il film “Ostrov - The Island” di Pavel Loungine. Quando uscì in Russia due anni fa, il film suscitò la curiosità dei critici, convinti che solo i blockbuster e le commedie potessero riempire le sale cinematografiche di Mosca e San Pietroburgo: “Ostrov” dimostrò il contrario. La pellicola di Loungine è ambientata infatti in un monastero della Russia settentrionale, negli anni ’70; qui vive padre Anatolij, “folle in Cristo”, guaritore ed esorcista in cerca di espiazione: durante la seconda guerra mondiale aveva infatti ucciso il capitano del suo incrociatore per aver salva la vita durante un attacco nazista…

Perché in Russia, all’inizio del XXI secolo esce un film sul peccato e il perdono, sulla fede e il miracolo, sul rapporto fra carisma personale e autorità ecclesiastica? In un’intervista alla rivista ortodossa “Foma (Tommaso)” Loungine ha dichiarato che la società russa contemporanea si trova in uno stato tale, che è giunta l'ora di «pensare al monastero». Il regista ricorda infatti che nella tradizione secolare dell'ortodossia russa, fra i monaci c'erano anche ex-criminali. In questo senso Loungine prende posizione contro una certa moda del cinema occidentale che ridurrebbe le domande eterne dell’umanità al problema delle contraddizioni sociali: «Io percepisco l’arte in maniera un po’ diversa. Essa cerca, in un modo o nell’altro, di scoprire l’essenza della vita umana. Non le serve fare propaganda per qualcosa. Perché l’enigma più grande è l’uomo che il Signore ha creato a Sua immagine».

Il regista, però, non pretende di poter fornire risposte alla bruciante sete di significato dell'uomo contemporaneo: ciò esula dal suo compito di artista. Lo spiega bene Lev Karachan, critico cinematografico e membro della giuria del festival di Cannes: «L’arte non è predica, ma ricerca. Molte cose si spiegano coi pregiudizi e le paure che ci trattengono sulla soglia del mondo dello spirito e non ci permettono di avvicinarci alla sua logica. Infatti, ciò che ha affascinato del film di Loungine, non è stata la proclamazione della verità. Non sarebbe più stato un film d’arte, ma di propaganda. Con “Ostrov” è stato fatto un passo verso la consuetudine, consolidato dalla cinematografia contemporanea, di essere cauti nel mostrare le forme della vita interiore. Ma in questo film non c’è la paura di riconoscere che la verità esiste. Anzi che è al di sopra di tutte le convenzioni che ci legano mani e piedi. Proprio il superamento dei soliti complessi sulla vita dello spirito, ha permesso al film di essere una risposta a lungo attesa e attuale alla domanda del pubblico sulla nostra interiorità. Infatti, quando la ricerca avanza in nome della ricerca stessa - tutt’intorno alla verità e vicino a essa e al riconoscimento delle sue possibilità, ma, essenzialmente, aggirandola - essa, secondo me, è ridotta a una mera tecnica artigianale che serve solo a sostituire la verità stessa».

Proprio per questo il film ha spaccato in due il mondo della cultura ortodossa russa fra chi lo ha saputo apprezzare e chi si è attardato a condannarne le imprecisioni dogmatiche e l’atteggiamento insubordinato (ma bonario) di padre Anatolij nei confronti dell’igumeno del monastero. Del resto padre Anatolij non è un santo da immaginetta, ma un peccatore convertito, come l’attore che lo interpreta, Petr Mamonov. Ex-capo della rock-band russa “Zvuki MU”, scenografo, attore e regista di teatro e di cinema, Mamonov si è convertito da adulto all’Ortodossia e non fa mistero dei suoi problemi con l’alcol e della sua costante lotta contro il peccato: proprio l’immedesimazione dell’artista col personaggio - cosa che ha dato a sua volta anche allo spettatore la possibilità di immedesimarsi - è stata una delle carte vincenti del film.

Il film ha ricevuto il premio “Aquila d’oro” al miglior film russo e ha partecipato ai festival di Cannes e di Venezia, dove una critica un po' snob e occidentalista si è fermata alle facili categorie-clichés della “spiritualità demodè” e della lettura psicologica dell’opera, realizzando così in pieno i timori degli estimatori russi del film: è difficile che un Occidente sempre più ignorante sul Cristianesimo in generale e sull’Ortodossia in particolare, non percepisca lo spirito del film come puro esotismo.
In realtà “Ostrov” ha aperto un vera e propria nuova stagione del cinema russo: basti citare “12” di Nikita Michalkov, vincitore del “Leone d'Oro speciale” all'ultimo festival di Venezia e di una nomination all'Oscar come miglior film straniero.
Sarà difficile aspettarsi una risposta entusiasta dal pubblico italiano, dato che i circuiti nostrani non sono soliti dare molto spazio al cinema russo, ma chissà… del resto anche in Russia, due anni fa, nessuno avrebbe scommesso su “Ostrov”.
 
(Roberto Sarracco, Redazione di Foma (Tommaso) - Rivista ortodossa per gente che dubita, Mosca)


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