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SPETTACOLI/ La lettera ai Corinti tradotta da Testori: l’incontro tra il santo e lo scrittore

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Continua la settimana di spettacoli del Meeting di Rimini: questa sera, nella sala D2 andrà in scena la Traduzione della prima lettera ai Corinti di Giovanni Testori con Andrea Soffiantini e la regia di Franco Palmieri. Il sussidiario.net ha intervistato l’attore, che ha spiegato la scelta di affrontare un testo dell’apostolo di cui, quest’anno, ricorre il bimillenario della nascita.

 

Perché rappresentare la prima lettera di San Paolo ai Corinzi di Testori al Meeting? Che cosa a portato alla scelta?

 

E’ un testo magistrale. Anche se non è un’opera concepita in prima ipotesi per la rappresentazione teatrale, parte dei materiali erano già stati elaborati da alcuni anni ed era stata fatto un tentativo di messa in scena dell’opera al Meeting di Rimini, ma abbiamo poi deciso di rappresentarlo quest’anno, in occasione dell’istituzione dell’anno paolino da parte di Benedetto XVI . Lo rappresenteremo, anche se in una forma diversa rispetto alla drammaturgia pensata qualche anno fa, perché il ricordo degli anni trascorsi al Teatro dell’Arca insieme a Testori sono ancora molto vivi. Vogliamo, inoltre, poter documentare e testimoniare la vicenda cristiana attraverso quella che può essere definita l’ultima fatica di Testori, che ha scritto il testo teatrale durante la degenza in ospedale.

 

Perché mettere in scena una lettera? Come si svolgerà l’evento teatrale?

 

Il palcoscenico è stato allestito come se si trattasse di una prova teatrale, nella quale si concepisce la messa in scena dello spettacolo. la scena è spoglia: un riflettore, un tavolo, dei fogli, una sedia. Salirà sul palcoscenico un attore, io, che sarà guidato da un regista, e inizierà ad affrontare il materiale di Testori, sempre cercando di ricordare durante la prova i diversi momenti del mio incontro con lo scrittore.

 

Qual è la difficoltà di un attore a rapportarsi con il testo di una lettera e a farla rivivere sul palcoscenico?

 

La sfida consiste nell’affrontare questa traduzione fatta da un uomo di teatro. Testori usava una parola, anche nei suoi articoli di cronaca, che poteva andare in scena, anche se non era stata scritta formalmente per il teatro; Testori trattava la parola come carne viva; la parola testoriana ha bisogno di essere detta, di avere vita, ha bisogno, cioè, di quel valore aggiunto che è l’attore quando la porta in scena.

 

Lei ha affermato che siete partiti, nell’affrontare il testo, dal rapporto personale con Testori. Dove siete arrivati? Qual è stata la scoperta fatta nel lavorare sulla lettera di San Paolo e in particolare sulla traduzione dello scrittore?

 

L’epistola di San Paolo tradotta da Testori ha ricevuto una sorta di illuminazione, a noi è risultata più chiara ed è stato quindi possibile comunicarla e renderne partecipi anche gli altri. Quando abbiamo iniziato le prove le parole di San Paolo riproposte sotto forma di testo teatrale ci sono apparse ancor più luminose, le parole stesse hanno avuto la forza di dare voce a noi che le mettiamo in scena e di condividerle con il pubblico.

 

Qual è l’aspetto su cui dovranno focalizzarsi gli spettatori che assisteranno allo spettacolo?

 

Dovranno lasciarsi coinvolgere in un rapporto con la parola di San Paolo a cui noi abbiamo cercato di dare una forma. Credo che il pubblico abbia la capacità di stupirsi nel sorprendere il lavoro teatrale proprio nel suo farsi. Gli spettatori non si troveranno davanti ad uno spettacolo confezionato, ad un attore che tenta di fare l’istrione abbandonato sul palco; ma ad un rapporto tra due persone, il cui legame nasce da un lavoro, quello fatto durante le prove. Il fascino del teatro è proprio quello di essere rapporto, è un fatto che accade in quel momento e al quale il pubblico è chiamato a partecipare E’ proprio la concezione che Testori aveva del teatro, ciò che auspicava fosse: che il pubblico non fosse spettatore di qualcosa che non conosceva, ma che partecipasse di un evento che accade.

 

Parliamo del suo rapporto personale con Testori: per lei ha sritto Factum est : cos’ha significato, per la sua vita e la sua esperienza di attore, l’incontro con quest’uomo?

 

Quando tanti anni fa chiesi a Testori come potevo comunicare la vita attraverso il teatro, in un momento in cui quando ci trovavamo a provare io non riuscivo che ad emettere un balbettio, me lo ricordo ancora, eravamo all’ultimo piano della Rinascente di Milano, lui mi guardò per un attimo con quei suoi occhi azzurri, non mi rispose e se ne andò; dopo solo una settimana io avevo già in mano i primi fogli del suo nuovo testo teatrale, che era il Factum Est e iniziava proprio con un balbettio; era partito da una mia osservazione, dalla confessione di un mio limite; ha raccolto una mia ferita e le ha dato forma nell’ambito di quello che volevo fosse il mio lavoro nella vita, il teatro. Mi ha dato il coraggio di portare a chiedermi “che cosa non va?”. Questa è la domanda a partire dalla quale può essere rivolto a noi un gesto di carità, da cui tutto riparte.

 

(intervista a cura di Marta Cossu)



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