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CINEMA/ T. Gilliam a Milano: “sono un fenomeno da baraccone che deve mediare tra sè e il mondo”

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Sabato scorso, sul palco del Teatro Strehler di Milano, ha fatto la sua comparsa Terry Gilliam, “il genio più folle e visionario del cinema contemporaneo”, intervenuto per un incontro con il pubblico del Milano Film Festival, che, giunto alla sua tredicesima edizione, quest’anno gli ha voluto dedicare una esaustiva retrospettiva dal titolo The Imaginarium of Doctor Gilliam. È un richiamo e un omaggio alla sua ultima pellicola – attualmente ancora in fase di montaggio (conta di chiuderla al più tardi in ottobre) e che sarà nelle sale la prossima primavera –, The Imaginarium of Doctor Parnassus, un’opera che rappresenta anche l’ultima occasione per gli appassionati di vedere sul grande schermo il compianto Heath Ledger, scomparso proprio durante le riprese del film: «Un uomo e un attore assolutamente straordinari: la sua morte è una grande perdita per tutti noi» sono state le sue prime parole all’inevitabile domanda circa la tragica fine di questo giovane talento. Mai però inizio di intervista è stato più promettente: «Mangiato troppo… bevuto troppo… sono ubriaco… e non parlo inglese!» Così, nell’idioma locale, si è presentato il lucidissimo e divertito cineasta, facendo capire fin da subito che non si sarebbe certo trattato di un incontro all’insegna della formalità.

Nato nei dintorni di Minneapolis (Minnesota) il 22 novembre 1940, Terence Vance Gilliam si è trasferito all’età di 12 anni in California («on the edge of Hollywood») per poi emigrare, «deluso dagli Stati Uniti», in Inghilterra per quello che il moderatore dell’incontro, Fabrizio Liberti, ha definito «un viaggio al contrario, come Kubrick». Se era inevitabile una domanda su come avesse trovato il suo incontro, una volta approdato a Londra, con gli inglesissimi membri dei Monty Python («Come nato al di là dell’Atlantico, era compito mio farli sentire superiori. E li lasciavo fare: intanto io ero libero! La gente vedeva nei cortometraggi la dicitura “diretto da Terry Jones e Terry Gilliam” e così mi hanno preso per un regista: ecco come è cominciata, ma io sono un completo dilettante!»), non poteva mancare quella sull’Italia (ha infatti una casa in Umbria, ndr), che ha definito «the seducer, the sexy country»: «Voi siete un paese “umanista”: in Inghilterra crediamo nella “rule of law”, avendo creato lo Stato e il Parlamento; voi invece non amate né il Governo né lo Stato e non credete né alla Legge né al Parlamento!».

E poi, riferendosi alla lavorazione de Le avventure del Barone di Münchausen, realizzato a Roma: «Fellini era il mio eroe e l’idea di girare nei “suoi” studi semplicemente meravigliosa. Io avevo il mio ufficio proprio nel mezzo del set costruito per il film da Dante Ferretti, per cui tutti quelli che venivano a farmi visita dovevano per forza di cose rendersi conto di quello che stavo facendo: uno di questi fu proprio Fellini, che stava realizzando il suo Intervista con protagonista Marcello Mastroianni. Sta di fatto che per un giorno intero non ho potuto uscire dal mio ufficio perché Fellini e la sua troupe stavano effettuando alcune riprese. Era il suo modo di dire: “Questo gioco è il mio gioco e devi giocarlo alle mie regole!” Lo ringrazierò sempre per questo!». Sollecitato dal moderatore, ha poi concesso una battuta sul suo direttore della fotografia Nicola Pecorini (da lui definito «Santo Cristoforo»), che, nativo di Milano e cieco ad un occhio, ha collaborato alle sue ultime opere, Paura e delirio a Las Vegas, I fratelli Grimm e l’incantevole strega, Tideland e The Imaginarium of Doctor Parnassus.

È stata poi la volta di una domanda circa i rapporti conflittuali intrattenuti con i distributori dei suoi film, viste le difficoltà incontrate dagli organizzatori del Festival nel reperire dalle varie case di distribuzione le copie originali delle opere per la retrospettiva (chi fingeva inizialmente di non averle per poi infine consegnarle, chi addirittura sembra avere risposto alla richiesta con un quasi letterale: «Noi abbiamo il film, ma siete sicuri di volerlo? Non piace a nessuno!»). Per niente sorpreso, il sarcastico Gilliam ha ribattuto che è «un problema di archeologia, mi piacciono le rovine», spiegando come «per Brazil organizzammo delle proiezioni “clandestine” della versione più fedele alla mia visione, quella europea distribuita dalla Fox, chiedendo anche l’intervento di Steven Spielberg per salvare il mio film dai tagli imposti dalla Universal, che aveva i diritti di distribuzione per gli Stati Uniti. Fu così che, all’interno di un corso con degli studenti, io ebbi dalla casa l’autorizzazione a mostrare solo degli “aiuti audiovisivi”, brevi brani esplicativi a supporto delle lezioni che mi avevano chiesto di tenere. Finii per fare vedere tutto il film! Alcuni critici di Los Angeles erano presenti alle proiezioni e cominciarono a parlarne come del miglior film, del miglior regista, della miglior sceneggiatura, della miglior scenografia (e via dicendo) dell’anno! È così che è andata!» E a proposito della possibilità di poter rivedere sul grande schermo un sequel di quest’opera, sempre con il consueto gusto per il paradosso: «Due anni fa ero negli Stati Uniti per la promozione di Tideland e ho dichiarato che avrei citato in giudizio George W. Bush e Dick Cheney per la loro rilettura non autorizzata del film! Credo che se mai ci sarà un seguito, sarà ad opera di un regista più giovane di me. Il mondo, oggi, non è più pericoloso di quanto lo fosse quando ho fatto Brazil, però i governi e i media cercano di farlo credere: nel film il terrorismo era la scusante del Ministero dell’Informazione per fare quello che faceva e tenere la società sotto controllo».

Alla richiesta di fornire un consiglio a chi, giovane studente di arti figurative come lui (è stato allievo del “Liberal Arts College” di Pasadena e poi disegnatore satirico per Mad e Esquire, ndr), volesse intraprendere la strada per diventare un nuovo Terry Gilliam, l’interessato ha risposto: «Il mio ultimo, vero lavoro prima di passare a quello attuale è stato l’operaio alla catena di montaggio della Chevrolet: un lavoro orribile. Mi sono detto due cose: “Devi avere il controllo di quello che fai” e “Non devi mai più lavorare per soldi”. Da allora la mia vita si è semplificata: quella decisione mi ha chiuso un gran numero di porte! Fortuna e pazienza contano molto, e poi il farsi trovare nel posto giusto al momento giusto. Molti miei amici, più dotati di me, non ce l’hanno fatta: il matrimonio, la famiglia, il lavoro per mantenersi… Se l’appiglio è la passione, conta un po’ meno se stai morendo di fame!».

Mentre alla domanda se il suo cinema è la realizzazione dei suoi sogni di gioventù e se l’immaginario onirico – come sembra emergere dalle sue opere – serva a sopportare la realtà: «Non credo che i miei sogni di ragazzo siano entrati nei miei film. Non voglio con il mio cinema porre limiti ai sogni ma permettere alle persone di dare più spazio alla loro fantasia. Certo, se penso a mio figlio che, compiendo evoluzioni allo skateboard con un videogioco si è poi ferito quando ci ha provato al parco, dico che mi piace spiegare alla gente come funziona la forza di gravità! E poi la mente umana cerca sempre un senso, un collegamento tra due cose che gli vengono mostrate. Dopodiché io lavoro molto seguendo l’istinto». E proprio citando un aneddoto recentissimo legato al montaggio della sua ultima pellicola, The Imaginarium of Doctor Parnassus, ha ricordato che «c’erano una serie di sequenze del film che, una volta montate, io trovavo perfettamente sensate ma non era così per le persone a cui venivano mostrate. Ho capito che sono un fenomeno da baraccone e che devo mediare tra me e il mondo. Forse è per questo che i bambini sembrano capire di più i miei film! Non come gli adulti… ».

C’è chi ha voluto invece chiedergli quali siano i suoi eroi: in maniera molto diretta il regista ha risposto che «credo che gli eroi siano persone di cui non sappiamo nulla, quelli che portano avanti la vita giorno dopo giorno, arrivando a sera. Io non so nulla di queste persone e quindi non posso dire chi sono i miei eroi». L’incontro si è concluso con una domanda del moderatore su come non sia stata solo questione di fortuna e di pazienza se i migliori attori di Hollywood abbiano lavorato nei suoi film, invitandolo a fornire una spiegazione del suo “segreto”. Con grandissima modestia, congedandosi dal pubblico presente, Gilliam non ha parlato di nessuna particolare formula, se non imputando il tutto al “timing”, alla “tempistica”: «Quando ho fatto L’esercito delle 12 scimmie, era semplicemente un momento in cui sia Bruce Willis che Brad Pitt volevano dimostrare di essere “altro” rispetto agli attori che erano stati o a quanto avevano fatto fino ad allora». A questo punto non ci resta che augurare buona visione a quanti potranno dedicare questa settimana alla scoperta o alla rivisitazione dell’immaginario cinematografico – rigorosamente in versione originale sottotitolata – di questo generoso ed “irregolare” autore ormai alla soglia dei 68 anni.

 

(Leonardo Locatelli)



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