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SPETTACOLI/ Paola Pitagora si racconta: il grande schermo con Gassman, il teatro con Albertazzi, la televisione con Incantesimo

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Sta portando nei teatri di tutta Italia l'opera teatrale Honour, di Joanna Murray-Smith: Paola Pitagora è l'attrice protagonista, affiancata da Roberto Alpi, di una pièce che sta avendo grande successo di pubblico.

Tra uno spettacolo e l'altro l'attrice si racconta: dalla scelta del nome d'arte, alla sua brillante carriera in teatro con Giorgio Albertazzi, sul grande schermo con maestri come Vittorio Gassman, nel piccolo schermo con la fiction Incantesimo. Esperienze diverse, tutte ugualmenti soddisfacenti, che hanno regalato all'attrice il successo, la stima del pubblico e un'indiscutibile crescita professionale.

 

Paola Pitagora.Come mai la scelta di questo nome d'arte?

Innanzitutto il cognome di mio padre Gargaloni, è un cognome di difficile comprensione, fin dai tempi della scuola lo storpiavano, cosa che mi faceva molto arrabbiare, e quindi c'era il problema di trovare un nome d'arte. E' venuto giocando, quando andavo alla scuola di recitazione. Il primo nome d'arte doveva essere Paola Pitagorica, premesso che in matematica ero sempre andata malissimo e quindi era una specie di ironia, e poi è diventato Pitagora. Un pò scherzando un pò sul serio mi sono ritrovata questo nome...che adesso mi è abbastanza caro e famigliare, perchè lo porto da tanti anni!

 

Pitagora in greco significa "colui che persuade la piazza". Mi sembra che calzi a pennello con la sua professione, conferma?

Si, è vero, e Paola credo voglia dire "piccola", quindi potrei dire piccole piazze, una cosa che corrisponde alla mia vita, mai concerti oceanici ma sempre teatri di quattro,cinquecento posti. D'altronde il mestiere dell'attore è un mestiere di per sè fatto di sondaggi nel profondo, il contrario del cantante rock! Da dove nasce la passione per la recitazione, cosa l'ha spinta a diventare attrice? La noia. Da ragazzina mi annoiavo a un certo tipo di scuola e quindi mi ero iscritta ad una scuola di recitazione per vedere di capire qualcosa della vita. Poi vivendo a Roma, erano gli anni Sessanta, ero carina, fu facile andare da un agente con delle foto e propormi per un lavoro. Lavorare è stato subito molto facile, prima le borse di studio per i vari concorsi poi le piccole parti, alla fine già a vent'anni lavoravo per la televisione e facevo teatro. Forse lo sono diventata dopo attrice, nel senso che l'amore per questo lavoro e la consapevolezza è venuta successivamente. Penso sia un viaggio che non è ancora finito, s'impara sempre qualche cosa.

 

Abbiamo parlato di Fersen, del suo approccio psicanalitico, ha spiegato il "Se magico" in cui l'attore crede in quello che fa. La recitazione quindi si muove in un confine sottilissimo tra realtà e finzione, tra un momento onirico ed uno concreto. Verso che direzione si muove la sua arte?

Innanzitutto la parola arte evochiamola con prudenza. Mi spiego: la base di questo lavoro è l'artigianato, basato su approfondimento del testo, memoria, ascolto dei partners quindi un lavoro molto artigianale e tecnico. Le prove sono anche un fatto fisico, un lavoro di ore, di applicazione e tanta pazienza. Un attore deve essere anche molto consapevole del proprio corpo, avere padronanza della propria voce, deve essere ascoltato e ben compreso fino all'ultimissima delle file. L'arte a volte la sfiori più o meno inconsapevolmente quando arrivi a certi punti di profondità. Non è indispensabile per un attore essere un'artista, se poi è anche artista buon per lui, ma l'attore è soprattutto una persona che approfondisce un testo per quanto gli è possibile, è un interprete. L'artista vero forse è l'autore, colui che scrive. L'attore è un collegamento fra chi scrive e chi ascolta, cioè tra l'autore e il pubblico.

 

Ha lavorato con grandissimi personaggi...Dovendo citarne uno che le ha insegnato e dato di più, che nome farebbe?

Ne citerei due che sono un pò agli opposti: Vittorio Gassman e Giorgio Albertazzi, due grandi attori diversissimi tra di loro, non facili come persone che però anche solo ascoltandoli dalle quinte si ha un forte insegnamento per chi fa questo mestiere. Anche da altri ho assorbito delle cose, mi viene in mente Gabriele Lavia, ma anche da attrici che non sono diventate famosissime. I racconti delle vecchie attrici quando ero ragazza mi suggestionavano tantissimo.

 

E' passata dal cinema, al teatro, attraverso la televisione ed è stata anche autrice. Quale esperienza tra le molteplici ricorda con maggior piacere?

Posso solo dire che il primo applauso la sera di una prima è sempre un ricordo piacevole, specie quando ti arriva inaspettato. Oppure se non proprio l'applauso, una risata improvvisa, ecco quello è proprio un momento ineffabile. Non l'hai cercato però senti che il pubblico ti segue, ti ascolta e si diverte. Il piacere è il contatto col pubblico quando è felice, e non è sempre così, non è per niente scontato, anzi più passano gli anni più si diventa insicuri perchè si è più consapevoli. La giovinezza è fatta di meravigliosa incoscienza e di coraggio.Un coraggio che porta a fare tutto, a esporsi; in poche parole "ci si butta". Man mano che passano gli anni si diventa coscienti, aumenta il senso di responsabilità e anche un pò di tremore..io non soffro di panico ma di tremore. Un libro di Kierkegaard si intitola Timore e tremore, parla del rapporto tra l'uomo e l'ignoto. Il tremore è un approccio giusto, civile col palcoscenico, che è uno spazio dove io conosco quello che devo fare, perchè ho la possibilità di fare le prove. E' più facile stare sulla scena, dove sai a memoria come finisce, che nella vita. E' però sempre una sfida.

 

A questo punto della sua carriera, dove ha affrontato di tutto e avuto anche molte soddisfazioni, c'è un sogno che vorrebbe ancora realizzare ?

Non è un periodo folgorante per la cultura in Italia, già riuscire a lavorare è un sogno che si realizza. Quello che vorrei continuare a fare bene e sempre meglio è più che altro scrivere, la scrittura mi interessa molto. Per quanto riguarda il teatro e la mia attività di attrice, non mi faccio illusioni, cerco di fare bene quello che faccio.

 

Ha ricevuto di recente il Premio Randone alla carriera. Quale tra i tanti riconoscimenti ricevuti le ha dato più soddisfazione?

Forse il premio Opera Prima per il mio primo libro, e il premio Elsa Morante che è stato una sorpresa. Poi da ragazza, i premi da giovani sono esaltanti, uno ci crede..però l'Oscar..non l'ho ancora preso!!

 

E' stata per anni volto di Incantesimo. Impressioni?

Otto anni di affettuosa militanza con un bellissimo riscontro di pubblico. L'ho lasciato io due anni fa, prima che finisse e che diventasse una soap, senza rammarico. E' stato un bel lavoro, una bellissima esperienza. Mi ha restituita a un pubblico giovanile che non sapeva nemmeno chi fossi. Pur continuando a lavorare in teatro alcune persone non vedendomi sul piccolo schermo venivano a chiedermi dove fossi finita e rispondevo ironicamente "sono qui, sono viva!". Incantesimo mi ha dato un rinascimento che ora uso per tornare sul palcoscenico. Lo fanno anche tanti colleghi come Roberto Alpi che è tornato a fare televisione ed ha un suo pubblico che lo segue. Anche lui però non lascia il palcoscenico, altrimenti morirebbe di noia.

 

In scena per la turnè 2009 l'opera di Joanna Murray-Smith Honour, titolo del libro e nome del personaggio che interpreta Paola Pitagora.

E' un personaggio bellissimo, una scrittrice che ha smesso di scrivere per sposare e dedicarsi ad uno scrittore. Lui fa una grandissima carriera e sono una famiglia felice. Dopo 32 di matrimonio però lui incontra una giovane ragazza e lascia la moglie. Così sarebbe una storia anche banale, ma il bello della commedia è che i quattro protagonisti che sono moglie, marito, amante e figlia non sono mai l'uno contro l'altro si studiano si osservano e cambiano tutti e quattro. Questo evento di questo matrimonio che finisce fa rinascere Honour come scrittrice, la figlia cresce e si laurea, ...tutti hanno quella famosa cosa che si chiama catarsi: una profonda purificazione e cambiamento. Un lavoro che secondo me solo una donna poteva scrivere: usare il trauma dell'adulterio, di questo si tratta, come un spunto per crescere. Tutti compresi, anche la giovane amante che non è una schematica sfasciafamiglie ma una persona che vuole capire. C'è un bellissimo rapporto ad esempio tra la giovane amante e Honour, tra la giovane amante e la figlia...questa è la singolarità della commedia. Spero di portarla a teatro a lungo. Ci fermiamo solo a metà febbraio perchè Alpi ha impegni con la televisione ma poi riprenderemo questo progetto che continuerà anche la prossima stagione. E' un lavoro talmente fatto di piccole battute che ha bisogno di molte repliche e molto rodaggio per diventare quello che può diventare. Tornando al personaggio posso dire che mi ha insegnato molto ma può insegnare a tutti. Inoltre l'autrice è molto brava, Honour viene rappresentata in tutto il mondo.

 

Fino a quale punto l'amore può prevalere?

Dipende da che tipo di amore. Alla generazione di Honour, che poi è la mia generazione, donne che sono state ragazze giovani negli anni settanta, era facile "sacrificarsi al compagno". La protagonista è apparentemente felice di questo sacrificio, ma ciò che accadrà nel corso della storia dimostra che non era vero. La vita è soprattutto andare a fondo di se sessi, se hai un talento da spendere lo devi spendere. Non puoi farti piccola per qualcun altro. Lei lo capirà e succederanno tante cose.

 

Secondo lei sarebbe meglio realizzarsi autonomamente?

E' quello che dicono le ragazze giovani.Vogliono realizzarsi anche in una loro professione. In questo semplice passaggio c'è la chave di tutta la cultura femminista degli anni settanta che le giovani hanno introiettato naturalmente senza molte difficoltà. Noi invece abbiamo dovuto combattere, contro noi stesse. Alla fine i nostri compagni non ci costringevano a stare a casa, ma eravamo noi che volevamo restarci per tenerci l'uomo, per curare il calore della famiglia. Ma non è in questo modo che funziona. Bisogna anche andare a fondo delle proprie capacità, quindi un pò di egoismo ci vuole.

 

E lei, com'è?

Io ho provato a fare come Honour, avrei tanto voluto immolarmi per un uomo. Ci ho provato in tutte le maniere, per fortuna sono sempre scappati loro e mi hanno costretta ogni volta a rimboccarmi le maniche e cominciare da capo. Da una parte li ringrazio perchè mi hanno costretta a non sedermi. Non ho mai potuto sedermi e "fare la calza". L'essere moglie, l'avevo proprio dentro, mi sarebbe piaciuto ma non me l'hanno permesso. 

 

Paola Pitagora è anche scrittrice, sta preparando qualcosa?

Sto scrivendo un racconto ma con estrema lentezza. Comunque per me scrivere è una necessità, magari una frase al giorno o anche solo una parola, cosi come lo è leggere. Adesso sto leggendo Gadda, e mi fa sentire umile. Scrivere lo farò sempre, è un travaglio che non mi abbandona e che si accompagna molto felicemente al lavoro del teatro. E' un'operazione delicata, anche presuntuosa, però affascinante. E poi il bello è che puoi anche scrivere un libro di duecento pagine e chiuderlo nel cassetto, come ammazzarlo. Hai questo potere: scrivere un libro e poi lo chiuderlo in un cassetto, solo per te. Non gioco a scacchi, nè a poker, nè ai videogiochi, l'unico mio gioco mentale è quello di inventatare un percorso narrativo.

 

Che rapporto ha con la musica?

La musica che amo è quella che viene da sola, non devo deciderla io. Come diceva Leopardi, ascoltarla possibilmente da un'altra stanza. Mettere su un cd è già programmare e non mi piace, piuttosto preferisco la radio. La musica che ascolto mi deve aggredire e sorprendere.

 

(Gloria Anselmi)



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