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NEWS/ 3. Le cinque C che cambieranno volto ai giornali

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Quali che siano i modelli di pagamento che alla fine verranno proposti dalle aziende editoriali - e abbiamo visto nell’articolo precedente cosa bolle in pentola -, è chiaro che i giornali, alla prova di Internet, sono chiamati alla sfida di non limitarsi a essere solo una versione per il web dell’edizione cartacea. Le innovazioni introdotte in questi anni, soprattutto dai social networks, e l’avvento di una generazione digitale abituata a vivere immersa nella multimedialità e ad agire in multitasking, chiedono passi avanti. Le storie del mondo saranno sempre più raccontate con un mix di scrittura, video, audio, grafica, interazione.

 

I grandi organi d’informazione americani si stanno adeguando, imparando lentamente a fare i conti con tre concetti, tre “C”, introdotti dall’era digitale nel lessico giornalistico: Comunità, Condivisione e Conversazione.

 

Nello stesso tempo, la stampa tradizionale garantisce altre due “C” decisive: Contenuti e Credibilità. E offrirà ancora - come ha fatto nel corso della sua storia - luoghi di informazione, riflessione e approfondimento dove proporre in modo organizzato una panoramica degli eventi spesso caotici del mondo. Un compito essenziale, perché all’orizzonte si profila un rischio ben più grave del crollo degli imperi di carta.

 

Internet infatti tende a favorire le nicchie. Non solo quelle geografiche (“mi interessa solo quello che avviene dietro l’angolo di casa”), ma soprattutto quelle mentali. Il fiorire di un’informazione su misura, l’esplosione dei blog e dei commenti online, il diffondersi di programmi che permettono di scegliere solo quello che ci interessa nel mare delle news (è il caso dei lettori Rss, ma anche di Twitter), creano il rischio che si finisca per chiudersi in recinti digitali, dove si legge e si guarda solo ciò che conferma le idee che ci siamo già fatti. Lo ha denunciato giorni fa anche Barack Obama, dicendosi preoccupato da ciò che vede emergere nella blogosfera.

 

Rischiamo di perdere il gusto per la diversità e di vivere senza veder mai sfidate le nostre opinioni (e i nostri pregiudizi). Un mondo di nicchie che, a lungo andare, mina la convivenza. «È un paradosso dell’era digitale - ha scritto Megan Garber, in un’analisi sulla Columbia Journalism Review - il fatto che la diversità dei nostri organi d’informazione minacci la più vasta diversità del discorso pubblico. Quello che sta emergendo, è che la democratizzazione dell’informazione è in qualche modo in contrasto con la democrazia stessa».

 

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