BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LO SPAZIO BIANCO/ Un inno alla solitudine che non è pro-life

Pubblicazione:

Margherita_Buy_Spazio_biancoR375.jpg

L’etica di oggi è l’etica della fuga, di quando si sente qualcosa come un ostacolo o come superfluo e si cercano le vie per aggirare il primo o per “scaricare” il secondo. Invece questo film non parla di morte, ma di un dramma che nessuno aiuta a superare. Ma è un film che per questo diventa necessario: affronta la realtà psicologica dura - fortunatamente questo è un caso estremo - per invitare lo spettatore a non finirvi dentro, a cambiarla.

 

Non ci racconta una storia di coraggio, ma di tristezza, che è la tristezza della solitudine, in cui qualcuno si approfitta di te, in cui ti senti come in una bolla di sapone, isolato dal mondo, contro cui reagisci male, ti senti aggredito, ti isoli e ti disperi in silenzio; in cui non riesci nemmeno a riconoscere tuo figlio e in cui non si diventa mai madri/padri. E dunque non è una storia pro-life, ma about-life, cioè racconta quello che potremmo tutti essere quando restassimo tristi e soprattutto soli. E ci fa parlare di un tema etico nuovo per i media, finalmente.

 

Ma lo “spazio bianco” nella realtà non è vuoto: può essere colmato e in molti lavoriamo per questo (o almeno tentiamo), anche se abbiamo sempre in agguato il tarlo dell’indifferenza. Si colma quando la madre (e il padre) parla con le infermiere di come il bambino ha passato la notte, si colma quando sente per la prima volta il medico che lo chiama per nome e vede che lo accarezza, e impara ad accarezzarlo a sua volta, anche se è così fragile, e lei è piena di sensi di colpa o di ansia o di paura; si colma in un percorso condiviso.

 

Ho recentemente scritto che il dolore del bambino si cura curando prima quello del genitore e perfino quello (stress, burn-out, senso di impotenza) del personale sanitario che assiste il piccolo; ed è un percorso virtuoso possibile e fruttuoso che vuole considerare il disagio in tutte le sue sfaccettature e non vuole ridurre l’assistenza a una fredda “offerta di servizi”. Lo “spazio bianco” è colmato dal riconoscere il reale: l’umanità del figlio, quella di un amico che nella tristezza resta vicino, la riscoperta della propria umanità quando il dolore bussa alla porta.

 

Ma lo “spazio bianco” non finisce sempre col lieto fine. Già, perché per alcuni lo “spazio bianco” finisce con una malattia cronica, con una disabilità. Ma per chi ha appreso a colmare lo “spazio bianco” legandosi con forza alle poche persone importanti della vita, apprendendo a chiamare per nome il piccolo neonato, può essere un sentiero meno irto e duro.

 

Speriamo che il prossimo bel film sia su queste persone che soffrono per una malattia e lentamente apprendono - come avviene per tanti malati cronici e per le loro famiglie - che la malattia è un colpo terribile, ma non è la fine della vita: ce ne sono tanti di genitori così, che chiedono più attenzione da parte della Società, che per pudore reclamano solo sommessamente, ma che meritano i titoli in prima pagina, magari al posto di tanto gossip o tanta propaganda dell’etica della fuga.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.