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NEMICO PUBBLICO/ La storia di John Dillinger, Michael Mann scopre l’uomo fra bene e male

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Gli ingredienti ci sono eccome. Il piatto è la trama che altro non ha da fare se non appoggiarsi, per lo meno sui punti salienti, a quella che è stata una storia di per sé straordinaria. E quindi che cosa approfondire? L’umanità dei personaggi. Ci riesce con il solito coraggio Michael Mann, quasi sempre attratto dal confronto fra il “giusto” e l’“ingiusto” non in quanto termini astratti bensì come categorie che identificano le persone nel pensiero comune. E spesso le prospettive risultano rovesciate. Non si tratta di assolvere un criminale sullo schermo, né di cambiare il corso della storia (come qualche geniale regista ha recentemente tentato di fare, a mio umile avviso con scarso successo). La fredda macchina calcolatrice che guida le mosse dell’inseguitore, totalmente ossessionato dalla propria preda, è più volte raggirata dal naturale talento dell’inseguito. Dovremmo tifare per Purvin e sperare che Dillinger vada in galera, non ci riusciremo mai. E non per gusto di trasgressione, simpatia per l’illecito che spesso grossolanamente la moda contestatrice ci induce ad assumere, ma per pura empatia con il protagonista. Sul delicato filo della moralità Mann ha sempre fatto l’equilibrista. Il fascino per il malvagio che conosce però gli uomini (ricordiamoci che il primo film su Hannibal Lecter, “Manhunter” 1986, è di Michael Mann) è spesso contrapposto alla piattezza esistenziale dell’immacolato che dall’alto della sua giustizia normalizzatrice mette a posto le cose. Certo il tema non è nuovo e chi meglio chi peggio ha già affrontato tali sfide, ma in questo caso colpisce la delicatezza di alcuni particolari. Nulla è appesantito, non c’è retorica, non c’è autocelebrazione e nemmeno eccesso di sentimento. Dillinger è Dillinger, non la sua rosea copia. È un duro, tira pugni, spara, rapina banche, uccide. Di certo merita l’ergastolo, se non di peggio. Può un uomo così amare? Ne è capace? Sembrerebbe di no. Eppure quando si innamora non perde la minima credibilità. Se fosse il perfetto agente Purvin ad innamorarsi allora sì che risulterebbe grottesco, uscirebbe dal suo ruolo. Come mai? Forse perché non giudicare non significa assolvere, ma conoscere. E giudicare non vuol dire condannare, ma comprendere. John Dillinger non è da considerarsi meno criminale perché ama, ma semplicemente più umano. Sicuramente più umano di chi dedica la propria esistenza all’adorazione di una giustizia astratta.

 

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