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RITRATTI/ Vittorio Sgarbi ricorda Oreste Lionello: “un animo capace di interpretare gli uomini”

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«E quando a sera entrerò in quel di Dio, / spazzerà il mio saluto l'azzurro sfavillìo / e offrirò, con l'orgoglio che mai macchiai né macchio, / l'indomita purezza del mio pennacchio». Sono le parole che Cirano recita poco prima di morire, alla fine dell’omonima opera teatrale di Edmond Rostand. La traduzione, per la versione cinematografica, è di Oreste Lionello, il celebre interprete scomparso oggi. Per lo più conosciuto come membro del Bagaglino di Pippo Franco o per il lungo e virtuoso lavoro di doppiatore, cominciato con il celebre “Bert” alias Dick van Dyke in "Mary Poppins" e proseguito prestando la voce a Woody Allen, Lionello era anche un gigante nel mondo della drammaturgia. La sua collaborazione alla realizzazione italiana di “Danton”, film di Wajda, nel quale doppia Robespierre è una delle tante riprove. A ricordarlo oggi per noi è Vittorio Sgarbi che di Oreste Lionello, oltre ad essere grande estimatore, era anche ottimo amico.

 

Vittorio Sgarbi, purtroppo oggi ci ha lasciato il grande interprete, doppiatore e drammaturgo Oreste Lionello. Lei che era in ottimi rapporti con questo artista che ricordo ne ha?

 

Oreste Lionello era in primo luogo un amico. Lo conoscevo benissimo e da diverso tempo. Quello che mi colpiva di lui era fondamentalmente la sua grande umiltà, sintomo in fondo di una grande umanità. La sua ironia nasceva proprio da questo spirito profondamente umile e realista nei confronti di se stesso e degli esseri umani. Fu questo atteggiamento a renderlo così tanto capace di rappresentare anche sotto il profilo psicologico tutti i personaggi che in vita si è trovato a dover impersonare. La sua bravura come imitatore affondava dunque le radici nella sua enorme sensibilità umana e nella particolare sottigliezza che aveva come osservatore del prossimo.

 

Qualche anno fa, in occasione del doppiaggio italiano del film “Cyrano de Bergerac”, girato da Jean Paul Rappeneau e interpretato da Gérard Depardieu, lei definì “eccezionale” la traduzione realizzata da Lionello. Per quale motivo?

 

Le traduzioni per essere davvero belle devono essere innanzitutto “testi nuovi” e quella effettuata da Oreste Lionello sul testo di Rostand lo era a tutti gli effetti. Non ci si può permettere infatti che i testi tradotti svolgano una funzione passiva nei confronti della lingua originale dell’opera che ricalcano. Questo perché nella creazione artistica, il linguaggio, la lingua è pressoché tutto. È chiaro dunque che un traduttore ha l’obbligo di adattare la lingua della traduzione tenendo sempre d’occhio il fine interpretativo, ossia l’interpretazione che tale riscrittura avrà. Di conseguenza l’efficacia di una versione è tanto più alta quanto più è legata alla vivezza del linguaggio e non alla mera trasposizione da una lingua all’altra.

 

Può farci qualche esempio in merito?

 

Faccio un piccolo esempio: di traduttori di grandi poeti del calibro di Charles Baudelaire o di Dylan Thomas ce ne sono tantissimi, ma nella maggior parte dei casi si tratta di  trascrizioni “morte”, che sviliscono la poesia di questi autori.

Ora, reputo eccezionale il lavoro di Lionello proprio perché ha restituito la giusta vivacità al Cyrano de Bergerac.

 

Lionello fu anche un grande doppiatore, oltre che di Woody Allen, per il quale giustamente tutti lo ricordano, anche di film drammatici. Magistrale in questo senso è la sua interpretazione di Robespierre nel celebre film “Danton” di Andrzej Wajda. Che giudizio ne dà in questo senso?

 

Anche come doppiatore vale sempre lo stesso discorso. La sua sensibilità lo rendeva introspettivo rispetto ai personaggi che doveva interpretare. In questo gli fu di grande aiuto la natura, che lo dotò di una voce incredibilmente duttile, sottile, spiritosa, insinuante e animata. Era una voce capace perfettamente di restituire i vezzi e i comportamenti rappresentati dalle movenze dei personaggi sullo schermo. Dovendo sintetizzare il concetto mi sentirei di affermare che quella di Lionello era una voce capace di “disegnare” i personaggi e i loro caratteri. Il suo non era un semplice “far sentire”, ma, anche in questo caso, era una traduzione e reinterpretazione del testo visivo.



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