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CINEMA/ “L’infedele Klara” tradisce soprattutto il pubblico

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In genere i metodi per rendere inaspettata la trama di un film sono due: il primo consiste nel ricorrere a una sceneggiatura originale e brillante e a un sapiente uso della macchina da presa, il secondo nel realizzare un lungometraggio basato su una serie di accadimenti talmente ovvi e scontati da rendere incredulo lo spettatore. Il caso dell’infedele Klara rappresenta un perfetto esemplare di quest’ultima categoria.

Ambientata in una Praga che il regista Faenza è inspiegabilmente riuscito a rendere brutta, la vicenda parla di una coppia (Santamaria/Luca e Chiatti/Klara, appunto) la cui felice vita sentimentale è di colpo resa burrascosa dall’insorgere, nel ragazzo, del morbo della gelosia. Lo sventurato, in un crescendo maniacale di complessi e ossessioni, si rivolge a un detective privato, ma attenzione: il triangolo pare essere in agguato. Sarà meglio o peggio?

Che sorpresa, che esaltante conclusione!

In questo caleidoscopico carrozzone di nudi poco artistici, volgarità e dialoghi così banali da risultare imbarazzanti, i tre poveri principali interpreti, nel vano tentativo di caricare minimamente di pathos una sceneggiatura loffia e affidata a un paio di citazioni stranote di Dante e Shakespeare, rischiano costantemente di scivolare nel ridicolo. Un esempio per tutti la scena del tentato suicidio del protagonista, non solo girata con una tempistica d’azione degna del peggior Derrik, ma anche seguita da un piano americano in camera d’ospedale con tanto di bendatura fantozziana per lui ed espressione da infermierina triste per lei. Onestamente è difficile trattenere le risate.

In tutto ciò i migliori tagli e le più riuscite inquadrature rappresentato soltanto pochi “lampi” all’interno di un concitato, per quanto noioso, montaggio che dà l’idea di un’impostazione generale dell’opera (se così vogliamo chiamarla) lasciata al pressapochismo.  

Risultato: il film non prende mai quota né per l’interpretazione né per la sceneggiatura e tantomeno per la regia (in preoccupante regressione) dell’autore torinese.

Viene dunque da domandarsi perché spendere tempo e danaro per girare un film con pretesa d’autore che abbia a tema la gelosia quando, più di quindici anni fa, Chabrol, col suo L’Inferno,  insegnò al mondo intero come trattare cinematograficamente l’argomento.

E sorge il dubbio. Non sarà che si sia puntato tutto sulla curiosità di scrutare le particolarmente esposte grazie naturali della protagonista ammantando l’operazione con una confezione dal sapore d’essai? Potrebbe anche darsi, considerando l’insistenza con la quale cartelloni pubblicitari e trailer hanno continuato a diffondere immagini osé della povera Laura Chiatti, oramai sempre più relegata al ruolo della bella statuina.

Se così fosse ci sarebbe da augurarsi che in futuro il “popolo bue” mangi in fretta la foglia e dia il benservito a tutti coloro che spacciano per arte la meccanica riproduzione di canovacci cotti e stracotti.



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