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TV/ Dolore e malattia alla Fattoria e al GF: la tv è rimasto l’unico mezzo per raccontarsi?

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Dopo il caso di Eluana Englaro che ha riempito tv e giornali e ci ha fatto meditare sulla morte e sulla vita, nelle ultime due settimane i media hanno continuato a parlare della malattia e del dolore. Jade Goody, la cattiva del GF inglese si è fatta riprendere da una tv in esclusiva nel suo ultimo periodo di vita, la chemioterapia, il battesimo suo e delle figlie (di questo i giornali italiani hanno solo dato una notiziola), le nozze con il giovane marito. Tutto ciò per assicurare un po’ di sterline ed un futuro più roseo alle bambine. Brava mamma. Era diventata una star della tv per i suoi eccessi, ma questa volta ha voluto usare lei il mezzo televisivo per poter ottenere quattrini per le bimbe. Non posso che essere con lei e le sue figlie.

 

Marina Ripa di Meana si è presentata a La Fattoria in Brasile parlando apertamente del tumore con cui sta combattendo prendendosi dal bullo Fabrizio Corona della deficiente. Troppo offensivo il fotografo, ma nel suo essere crudo e duro non ha tutti i torti: perché andare a 40 gradi con un’umidità del 95% se si è malati? Forse per sentirsi vivi e di nuovo sulla cresta dell’onda?

A La Fattoria partecipa anche la vedova di Funari, Morena. Il reality l’ha ripescata dall’anonimato e in più di un’occasione ha pianto la mancanza del marito defunto Gianfranco. Forse per questo motivo ha intenerito i telespettatori che non l’hanno eliminata con il televoto.

Lino Banfi è andato a La Vita in Diretta e da Piroso a Niente di Personale raccontando del cancro della figlia, anzi spinto da lei stessa per sensibilizzare la prevenzione del tumore al seno. Banfi non ha fatto un proclama, ma addolorato, ha reso partecipi i telespettatori del proprio dramma familiare.

 

Quotidianamente la tv ci fa bere dei drammi come se fossero acqua, in questi casi vi è stata una scelta consapevole e ben precisa: sono stati i sopraddetti a scegliere la tv, ma è stato così veramente? Non è eccessivo andare in tv e raccontare il proprio dolore? Non si va a far parte dell’ingranaggio mediatico ? Forse è rimasto l’unico mezzo per raccontarsi ?

 

Pochi giorni fa ho visto invece un servizio de La Fabbrica del sorriso sulle reti Mediaset, una causa nobile e importante. Venivano raccontate da alcune famiglie la storia dei propri figli malati di leucemia e dello sforzo dell’associazione che li stava aiutando. Alla fine veniva chiesto di aiutare la onlus con un sms telefonico.

C’è differenza tra il dolore televisivo di questi ultimi e quello dei vip raccontato in precedenza?

C’è differenza tra i programmi precedenti e quest’ultimo? Penso di si.

Anche se il dramma è dramma, il dolore è dolore, e io non posso misurarlo con un metro esterno e personale e neppure la tv può esserne un buon veicolo o il giudice.

Nel dramma e nel dolore vale di più il silenzio.

 

Vi invito perciò a spegnere la tv e a leggere due libri: Le campane di Bicetre di Simenon e Lettere sul dolore di Emmanuel Mounier.

Nel primo romanzo del padre di Maigret, un direttore di giornale resta semi paralizzato da un ictus e in ospedale si domanda il senso della vita e di ciò che è successo. Avverrà in lui un cambiamento che gli farà vedere l’esistenza in altro modo.

Nel secondo libro il cattolico Mounier scrive delle lettere intense, ha la figlia Françoise gravemente ammalata, ma attraverso l’avvenimento cristiano si apre una prospettiva positiva al dramma della malattia e del dolore: Siamo stati visitati da qualcuno molto grande.



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