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DEXTER/ Pregi e difetti di un telefilm che piace “da morire”

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Che cosa direbbe la Lega se sapesse che c’è in giro qualcuno pronto a far fuori i criminali rimessi in libertà per inghippi giudiziari? Per fortuna, se non saltuariamente, le cose non vanno così. Ma nell’immaginifico mondo della celluloide esiste un personaggio che fa le veci di qualche improvvisato giustiziere. Il suo nome è Dexter Morgan (Michael C. Hall), professione ematologo, hobby serial killer.

Sì, avete capito bene, il protagonista del telefilm prodotto dalla Fox Crime, che stasera, con l’episodio “The British Invasion”, giunge all’epilogo della seconda stagione, uccide serialmente le persone. Dexter è andato in onda a partire dal settembre dello scorso anno sui nostri schermi, ma in America, dove è giunto oramai alla quarta stagione, il fenomeno “dextermania” imperversa già da tempo.

Qual è il segreto che ha fatto sì che un tale malvagio personaggio riscuota tanto successo? Il fatto che non si tratti di uno psicopatico comune. La sua malattia è in un certo senso rivolta al “bene”, nonostante molti, giustamente, potrebbero sollevare robuste obiezioni. Il nostro personaggio prende di mira i suoi simili, altri serial killer, e li fa fuori. Idea geniale, non c’è dubbio. La trovata di usare il male contro altro male (Terminator 2, per parlare terra terra, ne è un chiaro esempio) è un topos narrativo non particolarmente nuovo, ma sempre affascinante, soprattutto se il protagonista incarna una delle figure più terribili nell’alveo delle personalità deviate.

Ma, per citare Chesterton, il pazzo è affascinante non per sé, bensì soltanto per chi lo vede da fuori. Ed è qui che gli autori di Dexter mostrano l’intuizione decisiva che rende davvero di particolare qualità questa realizzazione. Il protagonista descrive se stesso, il suo vuoto interiore, la pressoché totale assenza di sentimenti e la sua tremenda invidia per le persone normali. Egli ha piena coscienza della sua malattia mentale, nonostante, con sforzi notevoli, riesca ad integrarsi con gli altri dissimulandola perfettamente. L’“oscuro passeggero”, come spesso chiama i propri impulsi sanguinari, non lo abbandona mai. È la sua dipendenza, il suo sommo piacere e la sua angoscia più grande.  

Di qui seguono due correnti interpretative entrambe condivisibili.

Da una parte il personaggio è apprezzabile, dall’altra rappresenta quanto di più pericoloso esista sulla faccia della terra, il giustizialismo fine a se stesso.

Partiamo dai meriti di Dexter.

Lavora per la polizia, con grande successo, come perito ematologo. In poche parole, analizzando con acribia, tipica di un ossessivo, le tracce di sangue lasciate sul luogo del delitto, ricostruisce perfettamente i movimenti dei criminali facilitando enormemente le indagini dei colleghi.

Il padre di Dexter, genitore adottivo, gioca un ruolo fondamentale. È l’unico a conoscere la sua malattia e ad incanalare, durante l’adolescenza del protagonista, i suoi impulsi mediante un rigorosissimo “codice”. Gli omicidi che suo figlio dovrà compiere riguarderanno altri serial killer o, almeno, criminali recidivi lasciati in libertà dal lassismo burocratico della malagiustizia.

Inoltre, elemento essenziale, gli vuole bene.

E su questo altro versante il nostro, che ha la ventura di risultare per lo più simpatico a quanti lo accostano, è ben fortunato. Quasi tutti i coprotagonisti lo circondano d’affetto, ossia di uno stato d’animo che egli può soltanto intuire.

Il padre, che essendo morto gli appare solo in flash back o in dialoghi immaginari, accetta il limite del figlio senza condannarlo, e in un certo senso riscattandone le potenzialità. La sorella, anch’essa poliziotta, è l’immagine dell’intelligenza pratica e per niente speculativa. “Deb”, questo è il suo nome, prova un’ammirazione sconfinata per il suo “fratellone” lasciandolo assai spesso interdetto a causa delle istintive effusioni nei suoi confronti.

Inoltre la fidanzata di Dexter, Rita, usata inizialmente come copertura, dimostra nel tempo un incrollabile amore per questo strano soggetto. In parole povere Dexter è amato, nonostante il suo peccato, il suo male, la propria bestia nera e insaziabile che lo tormenta.

Inutile dire che tutti questi affetti, ai quali si uniscono numerose amicizie in ambito lavorativo, provocano nel nostro una sorta di rivoluzione interiore che lo porterà, se non a cambiare del tutto, a interrogarsi profondamente sulla sua natura, e più in generale, sulla natura umana. Imperdibili a questo proposito, soprattutto nella prima serie, sono i dialoghi che Dexter intrattiene con le proprie vittime le quali, essendo a lui quasi identiche, lo mettono di fronte a se stesso come pochi altri.

Una sceneggiatura dunque frizzante, ma al tempo stesso profonda, capace di mettere a tema problematiche esistenziali non da poco con esiti tutt’altro che scontati.

Ma vi è anche un altro aspetto, che rischia davvero di rendere questo telefilm ambiguo.

Nonostante il ruolo da eroe occorre non dimenticare che Dexter è un serial killer a tutti gli effetti. Non lo dimentica nemmeno lui, sennò non si reputerebbe un mostro e non sarebbe angosciato dalla propria anormalità.

L’insidia, per lo spettatore, risiede nella tentazione, unita a un’inevitabile affezione al personaggio, di approvare il suo operato.

In fondo esiste una grande contraddizione in Dexter: ciò che a lui è perdonato non riesce a generare in lui il senso di perdono nei confronti delle vittime. Retaggio di protestantesimo? Magari sì, ma non è il luogo né il caso di approfondire speculazioni morali di ambito religioso. E, detta proprio tutta, il problema non è nemmeno l’omicidio, quanto invece il fondamento morale, l’istituzione del “codice” e la scelta della vittima.

Che cosa realmente guida il nostro eroe? Non certo principi religiosi di sorta, è lui stesso ad ammetterlo più volte, ma nemmeno legali. Senza scomodare Nietzsche, anche perché davvero troppi lo fanno, la dimensione morale di Dexter si orienta inizialmente sul “codice” paterno, ma nel tempo assume le sfumature di un comportamento al di là del bene e del male che giudica chi è degno di una seconda possibilità e chi no.

E così da quella che sembra un’azione volta a riequilibrare la giustizia ci si trova un po’ sbigottiti di fronte al metodo scelto. Se la giustizia rimane libero arbitrio e appannaggio di un’etica senza fondamento inevitabilmente si perde di vista anche la definizione di colpa, il senso dell’infrazione e, in particolar modo, della pena. Lo stesso protagonista rischia di assumere sempre di più i connotati del boia al servizio di un rigore totalitario guidato solo dal cieco sdegno nei confronti della società.

Da qui all’istituzione della sedia elettrica il passo è breve: guarda caso in questo frangente sia per la vittima sia per il carnefice.

 

(Ruggero Collodi)

 

GUARDA LA SIGLA DI DEXTER

 



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