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CINEMA/ Lettera a Audrey Hepburn, in ricordo dei giorni passati “da Tiffany”

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Un nostro collaboratore, appassionato ammiratore della grande attrice Audrey Hepburn, ha chiesto a il sussidiario.net di poter vestire i panni dello scrittore Paul Varjack, coprotagonista in Colazione da Tiffany, e dedicarle una finta lettera in occasione di quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno

 

4 maggio 2009

 

Mia cara, dolcissima Holly,

 

sono davvero felice di poterti scrivere per festeggiare con te il tuo ottantesimo compleanno. Non puoi avermi dimenticato. Sono Paul, Paul Varjack, l’autore di “Nove vite”. So bene che ti ricordi di me e di quando andavi a fare colazione al mattino presto, davanti a Tiffany. E quando abbiamo fatto fare le incisioni su quell’anello trovato nelle patatine? Credo che abbiamo fatto bene a non comprare il segnanumero telefonico in argento ma, ti confesso, trent’anni fa sono andato a comprarmene uno, proprio da Tiffany.

Tra noi non è durata molto dopo quel bacio sotto la pioggia con quel gatto puzzolente e bagnato fra noi due. So che sei diventata un’attrice famosa e ti fai chiamare Audrey Hepburn. Hai superato la semplice storia del cinema e sei entrata nel mito. “Sabrina”, “Vacanze romane”, “Due per la strada”, “Robin e Marian” “E tutti risero” fino alla tua ultima apparizione in “Always” dove interpretavi un angelo che accoglieva le anime dei defunti.

Prima e dopo di te la donna-attrice era ed è, fondamentalmente, oggetto di desiderio. Oh, certo, ce ne sono state di bravissime, di geniali! Ma tu, nella tua bellezza sommessa e sfolgorante hai fatto capire a noi uomini cosa ci sia nel profondo del cuore di una donna. Nessuno che abbia visto e amato un tuo film può trattare la propria donna se non con un rispetto intriso di un amore senza riserve. Un tuo personaggio poteva essere debole, anche peccatore, ma ci si doveva chiedere sempre, prima di giudicare, quale fosse l’inquietudine che l’agitava e qual era la domanda di totalità che ci rivolgeva. Non hai mai scelto personaggi facili, mai interamente positivi. In “E tutti risero ..” te ne vai a letto con Ben Gazzara che dovrebbe sorvegliare le tue infedeltà; in “Robin e Marian” commetti omicidio-suicidio con Sean Connery; in “Come rubare un milione di dollari e vivere felici” adotti, con Peter O’Toole, una tecnica di furto di opere d’arte che è stato poi copiato da ladri veri, facendo suonare il sistema d’allarme fino a quando questo viene disinserito. Forse non lo sai ma, trent’anni fa, fecero la stessa cosa alla Galleria d’Arte Moderna a Milano, in via Palestro.

Devo confessarti che io, Paul Varjack, ti voglio bene come un tempo, per come mi hai educato a rispettare e considerare la sacralità della donna anche quando questa, magari, non merita una simile stima e non vuole nemmeno meritarlo. Perché la verità è che tu, cara Holly, non sei appartenuta a nessuno se non ai tuoi figli e a quei bambini africani per cui hai dato tanta parte della tua vita. Guardo il libro fotografico che ha fatto tuo figlio Sean e condivido la sua venerazione; del resto, la mia sveglia mattutina è la tua “Moon River” che cantavi sulla finestra mentre scrivevo a macchina ed è come il destarsi al suono della voce di una madre. Credimi, le dive non fanno miracoli come ne hai fatti tu: li fanno le madri.

Grazie ancora Holly,       

 

Paul Varjack



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