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CINEMA/ Alien, un grido nello spazio che dura da trent’anni

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Un paio di guanti gialli per lavare i piatti immersi in una melma viscosa dietro uno schermo semitrasparente. Basta agitarli un poco, filmare ovviamente il tutto, e il gioco è fatto.

La mente dello spettatore comincia a interrogarsi sull’oggetto strano e animato: l’uovo verdognolo che l’astronauta si trova innanzi.

Pian piano si producono ipotesi raccapriccianti nel dubbio, che pessimisticamente tende alla certezza, di trovarsi di fronte a qualcosa di immondo, una creatura orrifica e dalle forme indefinibili pronta a infliggere tremende sofferenze alla prima vittima a tiro.

A questo punto meglio sapere, meglio andare a vedere che cosa si agita dietro quella torbida cortina acquosa, quale orrore provocherà la morte del povero astronauta.

Ma è un privilegio che Ridley Scott non ci concede. Nemmeno il tempo di capire che cosa sia saltato fuori dal viscido uovo. Solo qualche fotogramma, quando questo si schiude, lascia intravvedere una membrana lucida (in realtà trippa di vacca, posta proprio sopra i guanti), e poi stop.

L’astronauta è già orizzontale, in coma, in mezzo ai suoi colleghi attoniti.

E l’ignoto non è stato svelato, sebbene adesso la creatura si veda chiaramente.

Ma è un’immagine fredda, da laboratorio.

Una nuova specie animale, un essere di forma vagamente aracnoide, che non incute più il ribrezzo immaginabile fino a poco prima.

Ancorato al volto dell’astronauta, l’essere appare quasi indifeso.

Ora l’ignoto usa un mezzo più sofisticato per bussare alla coscienza di tutti: l’inazione.

Non accade più nulla e forse è meglio così. Perché quello che può accadere, e che difatti accadrà, sarà sicuramente peggio del previsto.

E quindi via di corsa per i corridoi stretti, neri e tenebrosi delle sale macchine o, algidi e indifferenti, dei locali di soggiorno dell’astronave. Si corre prima per cercare l’alieno che la bestia sconosciuta ha “inseminato” nel corpo del malcapitato astronauta e che questi ha “partorito”. E poi si corre per sfuggirgli. Come a dire: prima si fa il possibile per combattere il male che entra nell’uomo e che l’uomo a sua volta rigenera, ma poi, quando ci si rende conto della sua sovrastante potenza, ci si arrende e si fugge. Perché non si sa quanto questo male possa essere grande e, soprattutto, si ignora di che forma sia, come contrastarlo.

Per questo Ridley Scott non ci concede mai il privilegio di poter “vedere” interamente il mostro definitivo, l’alieno all’ultimo stadio della sua metamorfosi. Per questo Alien rimane una spanna (a volte due) al di sopra dei suoi numerosi sequel che hanno trasformato il ribrezzo in attrazione, il mostro in feticcio.

Quando nacque l’idea del film, dalla talentuosa creatitvità di Dan O’Bannon e Ronald Shusett, il mondo aveva già salutato il capolavoro 2001: Odissea nello spazio (1968), ma anche altri ottimi lavori come L’uomo che fuggì dal futuro (1971), Dark Star (1974), o film destinati a diventare cult popolari come Incontri ravvicinati del terzo tipo e Guerre Stellari (1977). Opere apparentemente inaccostabili, ma accomunate dal fatto di segnare il passo per un nuovo modo di concepire la fantascienza e/o la rappresentazione moderna dell’umanità e dello spazio cosmico.

Retaggio delle epoche precedenti restava ancora per la maggior parte di questi film la figurazione degli alieni: omini diafani e dai grandi occhioni, se buoni, o creature tentacolari e viscide, se cattivi. L’alieno insomma non era ancora a tutti gli effetti il “totalmente altro” dal momento che si rifaceva fisiognomicamente a parametri che per quanto deformati erano comunque riconducibili ad archetipi espressivi o iconologici comuni.  

Grazie al genio visionario del disegnatore Hans Ruedi Giger e allo straordinario lavoro del nostro connazionale Carlo Rambaldi, tecnico degli effetti speciali (il papà di E.T.), Scott ebbe a disposizione la più spettacolare, e probabilmente ancora insuperata, incarnazione della malvagità, della paura, dello strano (cioè estraneo) che il cinema abbia mai ospitato. Appena presentato ai produttori il prototipo dell’alieno suscitò un tale sgomento da provocare un immediato rifiuto da parte della Fox che lo definì «troppo esagerato».

«La gente scapperà fuori dalla sala non appena lo vedrà», questa fu la prima impressione.   

Incomprensibile agli uomini nella sua interezza, proprio come lo è il male, la creatura si mostra sempre “a pezzi” lungo tutto il film. Di fronte a quest’essere non c’è nemmeno il tempo di stupirsi, di domandarsi da dove esso venga, ma solo la certezza di doverlo fuggire. 

Non è un caso che fra i personaggi che animano la vicenda l’unico estimatore dell’alieno si riveli l’androide, ossia un non-umano, che con cristallina coscienza analitica lo descrive: «un perfetto organismo […] la sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità. Ammiro la sua purezza: un superstite non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità».

Ed è l’inappellabilità a una qualsiasi forma di pietas nei confronti di questo “organismo perfetto” a renderlo così tremendo, la consapevolezza che nulla lo arresterà, nessun richiamo a un condivisibile principio “umano”.

Nacque così il primo horror spaziale, dove il “Michael Myers” di turno fa fuori ad uno ad uno i membri dell’equipaggio con la stessa freddezza chirurgica del famoso psicopatico e lasciando per ultima vittima, in sintonia con molti classici dell’orrore, una donna, la protagonista.

La risaputa dinamica che vede la preda trasformarsi in predatrice conclude l’intera vicenda.

Riservata, timida, umile e dotata di una bellezza enigmatica la giovane “Ripley” (Sigourney Weaver), ancora lontana dall’antipatico ruolo di emancipata guerriera che i sequel le affibbieranno, fu una scelta più che azzeccata proprio perché, con la sua aura virginale, rappresentava la perfetta antitesi di quell’essere, puro simulacro di violenza, che avrebbe dovuto affrontare.

Lei, ordinaria impiegata dello spazio, portatrice sana di affetti e paure, col suo gatto Jonsey sempre sottomano, diviene a mano a mano rappresentante dell’ultimo lembo di umanità rimasta fra le fredde stelle, fragile eppure determinatissima nel difendere la propria e altrui vita dalla minaccia di un nulla vorace che la insegue.

E forse è proprio perché questa minaccia nichilistica e distruttiva nei confronti dell’umanità non è ancora cessata che Alien continua a esercitare un enorme fascino a trent’anni dalla sua “comparsa” su questo mondo.

 

GUARDA IL TRAILER DEL 1979

 



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