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CINEMA/ Generazione 1000 euro: il film di Venier che racconta il precariato dei giovani

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Matematico giovane e brillante, per mantenersi Matteo è costretto a lavorare nel settore marketing di un’azienda che si occupa di telefonia mobile. La sua vita da precario è governata dalle circostanze: non deve mai prendere una decisione, tanto qualcun altro – nel bene e nel male – lo mette davanti al fatto compiuto (se viene sfrattato, licenziato o scaricato dalla fidanzata, non ha mai voce in capitolo). Tutte insieme, a un certo punto, gli capitano le svolte decisive della sua esistenza e si trova costretto a scegliere: un posto sicuro, pagato più dei 1000 euro del titolo, per fare un lavoro che non ama e lontano dagli affetti delle persone care, o una vita eternamente in bilico, ma vicino agli amici e all’amata università, sperando che prima o poi finiscano i raccomandati che gli soffiano il posto ai concorsi?

 

La scelta tra ragione e sentimento non è così scontata quando si mettono in mezzo non una ma due donne, ma neanche da rimandare troppo a lungo quando c’è da decidere se essere roso dai morsi della fame o da quelli della coscienza. In tempo di crisi economica, il cinema italiano ha trovato un filone fecondo nelle storie che parlano di precariato (dal capostipite Tutta la vita davanti al coevo Fuga dal call center), aggiornando in questo caso all’inflazione il desiderio dell’italiano medio che cantava “Se potessi avere mille lire al mese”.

Tratto dal romanzo omonimo di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, il settimo film di Massimo Venier (regista dei primi cinque exploit di Aldo, Giovanni e Giacomo e di Mi fido di te con Ale e Franz) rilegge in chiave tricolore Il diavolo veste Prada, con garbo e ironia, ma senza spingersi così in profondità perché si possa celebrare la rinascita della commedia all’italiana.

Troppi ammiccamenti, scene didascaliche e metacinema in dosi massicce (la saletta di proiezione di un cinema d’essai come luogo di confessioni e di bilanci è un’idea carina, ma la frase “se fossimo in un film” torna troppe volte per non insospettire). Ci si diverte, le gag vanno a segno, i dialoghi sono frizzanti e gli attori, giovani e motivati, sono tutti bravi. Venier – che scrive il film con Francesca Pontremoli (lasciando qualche buco di troppo nella sceneggiatura) – aggiunge un suo tipico pizzico di malinconia che non guasta. Il tema, però, meritava più riflessione, e invece non si va al di là dello scherzo, e si sdrammatizza troppo proprio lì dove ci si aspetta un fremito d’ali per spiccare il volo.

Una notazione sociologica su tutte, su cui vale la pena interrogarsi: i trentenni di oggi sembrano i ventenni di ieri. Qualcosa non va o è tutto normale?

 

(Raffaele Chiarulli, www.sentieridelcinema.it)

 

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