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MEETING/ Starwars, Via col vento: quando il cinema è sapere dentro una dis-trazione

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Lunedì scorso, all’interno del ricco programma offerto dalla trentesima edizione del “Meeting per l’amicizia fra i popoli” dal titolo “La conoscenza è sempre un avvenimento” e in corso presso Rimini Fiera fino al 29 agosto, si è tenuto l’incontro “L’arte come avventura della conoscenza” che ha visto gli interventi di Robert Hollander, docente emerito di Letteratura europea a Princeton, di Beatrice Buscaroli, storica e critica dell’arte nonché co-curatore del Padiglione Italia alla 53ª Biennale di Venezia 2009, e di Francesco Casetti, docente di Filmologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Proprio a quest’ultimo il moderatore dell’incontro, Davide Rondoni, ha rivolto l’invito – stante il tema proposto – a descrivere che tipo di esperienza compie lo spettatore nell’atto di vedere un film, argomento di sicuri presa e interesse per appassionati di cinema e non presenti in sala.

 

Fin dall’esordio Casetti ha “dribblato” finti o facili slanci ideali circa la questione («Come mettere un sapere dentro una distrazione? Il cinema è quello, è un dis-trarsi»), passando subito all’analisi di tre sequenze cinematografiche ormai entrate di diritto nell’immaginario collettivo («momenti di rottura, di smarrimento, dove noi come spettatori siamo di fronte a un buco della conoscenza»), descritte al pubblico per brevi cenni senza la necessità di alcun supporto audiovisivo.

 

La prima è l’immagine al centro – anche temporalmente, essendo inserita nello stacco tra primo e secondo tempo – di Via col vento (Gone With the Wind, 1939, Victor Fleming), celebre pellicola della Golden Age hollywoodiana, quando la disperata Rossella O’Hara invoca Tara, l’amata dimora di famiglia, sotto l’albero della tenuta e un carrello all’indietro la isola davanti ad un cielo rosso fuoco, al tramonto.

 

La seconda appartiene invece alla grande tradizione del nostro cinema: la tanto famosa quanto tragica sequenza di Roma città aperta (1945, Roberto Rossellini) in cui viene descritta la morte di Pina (interpretata da Anna Magnani), falciata da una raffica di mitra tedeschi mentre rincorre il camion su cui è stato caricato Francesco, che avrebbe dovuto diventare suo marito quello stesso giorno.

 

Il terzo contributo è cronologicamente più recente: si tratta infatti del duello nel quale Luke Skywalker e Darth Vader incrociano le loro sibilanti spade laser al termine de L’impero colpisce ancora (The Empire Strikes Back, 1980, Irvin Kershner), seconda pellicola della saga di Guerre stellari (Star Wars, 1977, George Lucas), quando ancora il primo nulla immagina del rapporto di parentela che lo lega al secondo, una lotta che lo segnerà in modo sia simbolico che tangibile con la perdita della mano.

 

Tre scene, si diceva, che aprono un “buco della conoscenza” e che rappresentano «immagini che non vivono solo come concetti, come algoritmi» ma sono caratterizzate dalla fisicità, dalla concretezza fisica – aspetto sul quale il relatore è tornato più volte durante il suo intervento – e che permettono allo (e nello) spettatore una coscienza, una conoscenza nuova, «un altro rapporto con il mondo», per dirla con Descertaux, citato da Casetti, a proposito di Playtime – Tempo di divertimento (Playtime, 1967, Jacques Tati).

Si tratta di tre simboli molto concreti che percuotono chi guarda, che gli raccontano il mondo e lo provocano a un diverso rapporto con la realtà e che, a partire dal presente della visione, trasformano il fatto narrato in storia, lasciando spazio al «canto dell’aedo», come ha scritto Pasolini a proposito di Roma città aperta. Tre immagini che non sono però uguali, ma, anzi, «scandalosamente diverse».

 

Che cosa le distingue? Un diverso grado di avventura, una diversa capacità di provocare lo spettatore come «conoscenza incarnata». Questo perché – Casetti lo ha ricordato rifacendosi al titolo dell’incontro – «l’avventura ha a che fare con l’avvenire, con l’avvenimento; l’avventura è qualcosa che avviene, che mi viene incontro: le avventure si vivono, non si subiscono». E all’interno di questa “scandalosa diversità”, ha sottolineato la radicalità di Rossellini.

La prima e la terza sequenza, infatti, dopo aver scosso lo spettatore, cercano di fare un compromesso tra la conoscenza nuova e la ristrutturazione del suo mondo mentale, «danno una scossa ma tranquillizzano». Il grande regista italiano dal canto suo dà una scossa, apre una domanda ma non fornisce una risposta: la sua sfida è «mettere insieme evento, conoscenza, sapienza attraverso strade un po’ più complicate».

Rossellini ci percuote ma la “ferita” diventa coscienza delle cose e, in fondo, la chiude perché ci aiuta a capire il mondo, facendo leva sulla «fatica della nostra vita».

 

Ecco, allora, il miracolo dell’arte come avventura della conoscenza, come «mistero del mondo che rilascia il proprio segreto» diceva Ungaretti, citato da Davide Rondoni in chiusura di incontro.

 

(Leonardo Locatelli)

 

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