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WALL STREET 2/ Waters: nel mondo in cui l'avidità è bene, a che serve la virtù?

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Molto del pubblico dibattito in materia va in una direzione sbagliata ed è perciò sprecato. È inutile mettere in discussione i meccanismi del sistema; la sola domanda utile è perché consideriamo il gioco d’azzardo un meccanismo appropriato per l’economia globale, e questa è una questione tecnica, non morale.

Questi sono alcuni dei pensieri che mi sono venuti in mente dopo aver visto Wall Street II, Money Never Sleeps, il nuovo film di Oliver Stone con Michael Douglas ancora nella parte di Gordon Gekko.

Non voglio dire che si tratti di un film che porta a pensare, perché è il peggiore che ho visto dal Codice Da Vinci: è troppo dettagliato sulla parte sbagliata e poco sull’umana natura. Il tema centrale di ogni film sul denaro dovrebbe essere il desiderio umano e Il denaro non dorme mai neppure identifica il desiderio come un fondamentale fenomeno esistenziale, ma semplicemente presenta gente potente e determinata che fa cose che la nostra cultura prende per buone.

Il film non ci porta mai al di sotto del significato superficiale delle cose, in nessun punto si arriva al significato del denaro per la società umana. Né si coglie l’idea di desiderio e di come esso possa portare gli uomini fuori strada. L’unico momento in cui ci si avvicina a questo è quando Gekko riprende un concetto espresso nel primo film: non è questione di soldi, è un gioco. Se uno sceneggiatore principiante consegnasse una simile sceneggiatura al suo tutor, finirebbe tutto nel cestino tranne Gekko. L’impressione è che, magari per le scadenze incombenti, si sia ingaggiato un autore di fumetti per fornire una mezza dozzina di battute a Gordon, rendendo il film quasi guardabile, come quando dichiara che ogni volta che deve scegliere tra due mali, sceglie sempre quello che non gli è ancora capitato.

Recenti ricerche sulla psicologia dei banchieri durante il più recente periodo di boom, condotte da uno psicologo sociale della London School of Economics, hanno dimostrato che “il fattore umano” sta dietro molte delle decisioni prese dai banchieri e che sono alla base del crollo del sistema bancario nel 2008. Valutazioni “razionali” dei fatti ci sono state nel processo decisionale per concedere mutui o prestiti, ma di gran lunga più importanti sono state considerazioni sulla concorrenza, sugli incentivi agli stipendi, la cultura del silenzio interna all’organizzazione, e un irrealistico ottimismo personale dei singoli banchieri. Questi e altri fattori hanno contribuito a formare una psicologia collettiva che ha distorto la valutazione del rischio. In altre parole, il crollo del sistema non è derivato solamente dalla semplice avidità, ma da un complesso di aspirazioni e interazioni umane.



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