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LA PASSIONE/ 2. Un film che gioca con il sacro senza riuscire a far ridere

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Il proverbio avverte di scherzare coi fanti e lasciar stare i santi. Un po’ datato forse, ma saggio. Coi santi è difficile scherzare in modo intelligente; loro, quando sono presi di mira in modo stupido, si prendono la rivincita e pochi ridono. Succede anche al film La Passione, di Carlo Mazzacurati, da poco nelle sale.

 

Di passioni, tiepide in verità, ce ne sono molte in questa storia: quella del produttore senza film, quella del regista a corto di idee e di soldi, quella dell’attore narciso di turno, quella campanilista del sindaco, quella della barista polacca per un pianista. Non c’è invece La Passione, quella che dà il titolo al film, ridotta com’è a pretesto per raccontare altre storie; non c’è se non come rievocazione in costume, che non tocca nell’anima nessuno, come una giostra.

 

Raramente capita di vedere un episodio centrale della storia di Cristo, della storia tout court, così privato anche della più fievole religiosità, persino impreciso nel riferimento al testo evangelico. Una rappresentazione del giovedì e del venerdì santo così banale da non poter neppure essere considerata blasfema, ridotta com’è a merce di scambio per evitare al protagonista, un deludente Silvio Orlando, la denuncia per aver danneggiato un affresco del Cinquecento con le perdite d’acqua della sua casa.

 

Se il pubblico avesse un po’ più di sangue nelle vene, oltre che il senso della fede dei padri, non si lascerebbe abbindolare da un pugno di intellettualini, quali sono gli autori di questo film e i suoi produttori, tra cui figura Rai Cinema: gente che gioca con il sacro, usando furbescamente la sua potenziale presa sulla gente per strappare qualche biglietto in più.

 

E se qualcuno in sala ride, c’è anche chi si indigna per la cialtroneria del prodotto, che si sforza invano di essere ironico, ma non ce la fa. Al massimo tocca il livello della farsa. Non lo salvano né la cifra grottesca dei personaggi, né l’ambientazione in un suggestivo paese del centro Italia, né la figura positiva dell’ex-ladro costretto a fuggire e poi prevedibilmente, ma inspiegabilmente presente nelle ultime scene, né qualche trovata simpatica, come quella di far scrivere le parti del Vangelo ai ragazzi della scuola elementare per ovviare alla rottura delle fotocopiatrici.

 

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COMMENTI
04/10/2010 - Invece: un finale inaspettato... (Maria Eva Virga)

Non mi capita spesso di andare al cinema, ma questo film l'ho visto. Mi è stato suggerito da uno "che ne sa parecchio", ma solo perché mi piace Guzzanti. Mi aspettavo, quindi, di ridere come una pazza, andandolo a guardare. Certamente non mi aspettavo un film sulla Passione o "religioso", passatemi il termine. Invece sono rimasta piacevolmente colpita dal fatto che, secondo me, non era per nulla pensato per far ridere. Anzi. Da uno spunto banalissimo, come l'acqua che perde sull'affresco della chiesa, pian piano la pellicola prende corpo e sostanza, fino al finale. E la scena che più mi ha colpito è stata quella della crocefissione, davanti alla quale (che il regista ne sia consapevole o no, ma credo che non importi) tutta la scena si ferma, Silvio Orlando sembra addirittura inginocchiarsi. Tutto il paesello, che l'aveva presa come una burla, si trova incredibilmente davanti a un fatto, che, tra l'altro, coincide con la "passione", nella trama, dell'attore crocifisso. Non me lo sarei mai aspettato. E non finisce qui: da lì tutto sembra proprio ripartire. I cittadini del paesello, il protagonista che ritrova la creatività. Come accade nell'esperienza reale. Perciò io questo film lo consiglierei. Mi pare sia proprio uno di quei casi in cui si possono cogliere, in un'espressione artistica, i segni di un "oltre". Ripeto: che il regista lo abbia capito o no. Ma sicuramente si coglie un'apertura alla realtà. E anche senza blasfemia, mi sembra. E riesce anche a far sorridere. M.Eva