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THE ILLUSIONIST/ Un film dove la magia del muto amplifica le immagini della speranza

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In una bettola persa nelle nebbie scozzesi Jacques trova finalmente la rozza accoglienza dei pastori, pronti a farsi stupire dalla magia. Ma la modernità lo insegue e un diabolico jukebox squarcia la serata col suo delirio.

Nel villaggetto incontra Alice, proverissima sguattera, incantata dai suoi trucchi e accecata dalla fiducia nell’onnipotenza del mago. Con goffa tenerezza Jaques si affeziona alla ragazza che lo segue nel suo peregrinare, compagna di viaggio che parla una lingua diversa ma intima, in un rapporto delicato, fatto di cose non dette e di un’intimità alla Lost in translation.

Trovano rifugio a Edimburgo, città malinconica resa abbagliante dal tratto cupo di Chomet, dove affittano un bilocale in un albergo per artisti in disgrazia. Tra il ventriloquo alcolizzato e il clown con tendenze suicide si dipinge il declino di un’era, una comicità intrisa di lacrime che si infila nei dettagli.

Il consumismo galoppante contagia l’ingenua Alice, sognante pellicce e gonne a ruota: Jacques, che lei chiama papà, per continuare a stupirla deve rimediare denaro facendo il garagista. Goffo e inadeguato alla vita si ritrova puntualmente licenziato, ridotto a vendere la sua arte al più spietato simbolo della nuova era senz’anima.

 



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