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THE ILLUSIONIST/ Un film dove la magia del muto amplifica le immagini della speranza

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In un degrado apparentemente senza speranza rimane solo, ma capace di un ultimo atto d’amore: lasciare andare Alice incontro al suo destino, lontano da lui. In uno dei finali più toccanti della storia dell’animazione la notte avanza sulla merce esibita in vetrina, sugli strumenti di arti dimenticate svenduti dal robivecchi, sulla vita calpestata di Jaques, su quella sbocciante di Alice. Ma è una tristezza così intrisa di splendore che lascia aperta la speranza di una luce, in qualche luogo, che resista nascosta in mezzo a tutto il nostro buio.

Dopo 90 minuti, in sala tutti realizzano sorpresi di non aver sentito la mancanza delle parole, di aver capito tutto e con più profondità solo grazie alle immagini. E’ il cinema, bellezza. Intessuto di un silenzio cui siamo così disabituati e che circonda gesti e oggetti investendoli di luce e grazia.
Il caricaturale disprezzo per il moderno non inquina la dolcezza del film, subito ricondotto alla tristezza esistenziale di personaggi inadatti a vivere.

E la critica a un sistema che rischia di mangiarsi ciò che abbiamo di più vero lascia il posto a qualcosa di più profondo, alla nostalgia per un altrove. Una speranza che non sappiamo dire, ma che rimane punto fermo da cui i protagonisti non possono fare a meno, ancora una volta, di ripartire.



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