Cinema, Televisione e Media
giovedì 11 novembre 2010
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In tempi di contrapposizione, spesso feroce, tra fede e laicità il cinema sembra andare controcorrente dimostrando un’attenzione positiva inedita per figure esplicitamente legate alla fede cristiana. Dopo il caso del francese Uomini di Dio, premiato al festival di Cannes, arriva una pellicola italiana a parlare della Madre del Salvatore e della Chiesa. Non si fatica a credere alla sincera ispirazione e alla buona fede di Guido Chiesa, cineasta e documentarista alle prese con la vicenda di una madre assolutamente speciale, Maria di Nazareth, di cui subisce il fascino senza tempo. Da non credente Chiesa ha dichiarato di accostarsi a questa figura storica con interesse e rispetto, cogliendo la portata straordinaria di una donna in cui per la prima volta una religione, il Cristianesimo, vede il principio della salvezza. Questo approccio positivo non impedisce di rimanere un po’ delusi di fronte ad una pellicola che, se pure offre momenti e intuizioni suggestivi, manca però del senso del sacro che ci aspetteremmo da un film dedicato a questo tema ed esaurisce l’eccezionalità di Gesù nelle pur straordinarie doti pedagogiche della sua genitrice. Maria sembra, infatti, una sorta di pedagogista montessoriana ante litteram che, fidando sul suo legame con la natura, che osserva spesso e con attenzione, si mette di traverso alla cultura ebraica del tempo, maschilista, legalista e violenta.
E' certo che Guido Chiesa approfondisce le doti pedagogociche di Maria, ma mi sembra molto poco generoso accusarlo di volere ESAURIRE l'eccezionalità di Gesù in queste doti. Sul ruolo educativo di Giuseppe, l'Osservatore Romano ha dato la possibilità a Chiesa di spiegarsi: "Il suo atteggiamento è molto attuale. Perché al legalismo rituale oggi si è sostituita l'interferenza medica. Tutto ciò che riguarda la femminilità e l'intimità della donna, a cominciare dal parto, è stato violato dalla medicina e dai medici, che s'intromettono violando il ruolo della donna. Nessuna, tra le grandi religioni, ha alla sua origine un parto come quello di Maria, che è sola dinanzi al mistero della sua maternità. Capisce che la relazione col Figlio è simbiotica, intima, privata: sono soli, isolati nella grotta. Anche Giuseppe fa un passo indietro. È un modello di paternità meno focoso, meno aggressivo, più umile. Ma non si tira indietro quando è necessario proteggere la famiglia." http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2010/252q05a1.html
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