Cinema, Televisione e Media
giovedì 16 dicembre 2010
Se c'è un insegnamento che si può trarre dalla seconda stagione di "Glee", è il come distruggere velocemente e con precisione da cecchino, una delle serie televisive più belle, divertenti e commuoventi degli ultimi anni. Il miracolo è durato poco, appena tredici puntate, ovvero la prima parte della prima stagione. Da questo punto in poi solo una grande caduta libera verso il fondo di un burrone, ma senza dolore da parte degli autori (tra cui figura Ryan Murphy, "Nip/tuck") che sono atterrati su un bel materasso riempito di tutti quei paperdollari che hanno fatto guadagnare alla Fox, che ha già confermato la terza stagione dello show. Eppure c'è poco da gioire per la terza stagione prossima ventura perchè, diciamolo, ormai "Glee" è diventata solamente una macchina per soldi, e lo dimostra in maniera chiara questa seconda stagione, costruita ad hoc con canzoni più conosciute della precedente che di fatto diventano più importanti della storia e delle vite dei personaggi, perchè le vite dei personaggi non si possono scaricare a pagamento da iTunes, mentre le canzoni sì. Mi sembra lontanissimo il momento in cui mi imbattei in "Glee" e me ne innamorai immediatamente. C'era poco da fare, non si poteva resistere alla macchina da guerra messa in piedi da Ryan Murphy, Ian Brennan e Brad Falchuk, capace di descrivere con leggerezza (ma non con stupidità) il mondo degli adolescenti, con il coraggio di affrontare tematiche scottanti (l'omosessualità, la maternità, l'amicizia, l'amore, la scoperta di sè stessi) in maniera seria e divertita al contempo, il tutto condito da una scelta musicale varia ed originale ben eseguita dai protagonisti della serie. Se nella prima serie trionfavano i personaggi con le loro debolezze, le loro scelte e, sempre e comunque, il loro coraggio di guardare la vita negli occhi, in questa seconda stagione trionfano le macchiette, le esagerazioni, in sostanza la trasformazione dei personaggi in fumetti bidimensionali alla continua ricerca di una tridimensionalità riscattata da una messa in scena del dolore farsesca e ricattatoria.
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