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TV/ Dalla fiction al criminality, ecco un "elenco" dell’autunno del piccolo schermo

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Il potere della realtà
E’ una stagione in cui fra i successi sicuri e importanti stanno tanti prodotti che hanno come oggetto lo stare accesi sul mondo, l’analizzarlo e il raccontarlo: talk show politici, cronaca nera, reportage, piuttosto che le forme ibride, a metà fra talk e intrattenimento, che ambiziosamente (e faziosamente) hanno tentato di raccontare la realtà del paese nelle sue drammatiche emergenze morali e materiali. Ballarò e Annozero, Exit e L’infedele, Report, Quarto grado e Chi l’ha visto, Vieni via con me. E l’elenco è per difetto.
La trasformazione della politica in specie di circo Barnum con i suoi teatranti e le sue macchiette, che, guidato dal pifferaio magico di turno rinnovano di settimana in settimana la ormai stucchevole ossessione di incolpare il premier di qualunque infamia. E poi l’insopportabile teatrino “alla Fazio” dove basta usare le parole giuste, quelle politically correct e si può dire qualunque cosa spacciandola per la verità. Consigliamo al Fabio nazionale la lettura di un bellissimo libro di Arthur Koestler, Il buio a mezzogiorno, dove, fra l’altro, si trovano delle riflessioni strepitose sui danni che provocano  le parole quando sistematicamente distorcono la realtà e la piegano all’ideologia dominante.
E guai a chi cerca, sbracciandosi, di spiegare che è una violenza molto più cattiva e dannosa quella, con il pretesto del racconto, di prendere pezzi di mondo, sensibilità, approcci e di spacciarli come gli unici, quelli giusti, quelli che le persone perbene non possono non condividere. Verrebbe voglia di un sonoro  “Vaffan…” . “Vaffanbicchiere”, naturalmente
E infine il tragico debordare della cronaca più terribile in televisione: la vicenda della povera Sara Scazzi raccontata, dettagliata, sminuzzata, analizzata e spolpata in ogni più intimo dettaglio. Con lo sgomento, ogni volta, per il baratro sempre più profondo in cui questa tragica vicenda ci ha ributtato.
Quindi, sembra che parlare della realtà funzioni. Ma quale realtà? Quella tragica di Sara e Yara? Quella dei dibattiti politici? C’è un’antica presunzione (e giustificazione) in questo: che la diretta e il racconto della realtà siano in qualche modo sinonimo di verità, di oggettività e che in nome di questo tutto sia consentito.
Ma in televisione l’ effetto verità è una chimera. Guai a lasciarsi illudere. C’è sempre e comunque un intervento del mezzo sulla realtà, che la filtra, che ne offre una lettura “faziosa”; l’oggettività non esiste. Esistono punti di vista più o meno onesti sulla realtà. Lo scopo non è il vero, ma il verosimile. Quanto meno adulterato possibile.
C’è del lavoro da fare. Tanto.


Dal reality, al politicality e al criminality
Quando la realtà viene rappresentata nelle sue forme più morbose, con i toni più concitati e con tutte le amplificazioni possibili, è difficile che la rappresentazione “finta” del mondo possa risultare altrettanto interessante. E’ forse questo il motivo del calo di interesse che hanno registrato prodotti ormai storici come Il grande fratello o X factor? Troppo più forti, troppo più morbose, troppo più imprevedibili le storie che la cronaca propone. Dal parrucchiere si sente parlare della povera Sara, non più dei personaggi del Grande fratello.



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