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LAURETTA MASIERO/ Clericetti: il ricordo di una persona a cui ho voluto bene

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La ricordo puntuale e precisa, attenta alle indicazioni del regista, sempre affiatata e in sintonia con i colleghi, di nome o sconosciuti che fossero. E mai e poi mai quegli show di pretese, di smanie, di scene isteriche, di litigi e piazzate che sembrano indispensabili al pedigree delle odierne artiste televisive di razza (e molto spesso la razza è solo quella canina, ahimè).

 

Ma soprattutto, come del resto in ormai tanti anni di frequentazione dell’ambiente dello spettacolo mi è successo con molti “grandi” tra i più stimati e conosciuti, ho subito trovato in lei considerazione e apertura nei riguardi di un anonimo giovane autore se non alle prime armi certo non di consumata perizia e senz’altro più intimidito che sicuro di sé. Un’affabilità e un credito che portavano alla familiarità dei pranzi in comune alla mensa della Rai, alle cene tutti insieme nelle trattorie sul Naviglio o sotto la Mole, alle telefonate, agli inviti a casa, talvolta anche alle confidenze più private…

 

E dire che io, che per ragioni anagrafiche mi ero perso l’occasione di essere uno degli innamorati della soubrette sulla passerella del Lirico come Testori, fino a non molto tempo prima ero solo uno dei tanti giovani telespettatori che l’avevano conosciuta per la vivacissima Canzonissima ’60 con Tieri e Lonello, quella del “la-la-lala, la-la-lala…”, per Le avventure di Laura Storm, lo sceneggiato in cui da giornalista rosa si improvvisava detective, per Palcoscenico musicale e per Qui ci vuole un uomo di Chiosso e Marchesi di cui era conduttrice e mattatrice.

 

Una gran donna, un’artista dotata, una cara compagna di lavoro… e anche, in alcuni momenti incancellabili, un’amica.



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