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CRIMINI/ La serie noir che descrive l'Italia nelle piaghe del delitto

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Un prodotto coraggioso, che sembra basarsi sulla negazione di una regola della serialità televisiva, la fidelizzazione. Perché non c’è un vero elemento forte che permette al pubblico di appassionarsi alla fiction: non un protagonista o un gruppo di investigatori, che ricercano di settimana in settimana un colpevole e spesso il senso della loro vita, a cui ci affezioniamo e di cui vogliamo seguire le vicende; non un intreccio sentimentale, che ci incolla allo schermo puntata dopo puntata, attanagliati dalla curiosità; non un’unica location, che fa da sfondo e cornice alle vicende.

 

Un prodotto che appare come “non seriale”, vista la struttura indipendente e autoconclusiva dei suoi episodi, e che richiama – anche se nato precedentemente – la serie di Sky Donne assassine.

 

La fidelizzazione, nel caso di Crimini, si basa solo sul genere, il giallo appunto, e sulla sua italianità, dettagliata poi nella regionalità dei singoli episodi. L’italianità, però, non si rispecchia nel tono e nella messa in scena del racconto. Questo apparirà come un complimento agli occhi di tanti spettatori o critici, che non apprezzano la fiction nostrana per la sua scarsa qualità.

 

E lo è: la serie, a differenza di molti altri prodotti in onda, è molto ben confezionata, la seconda stagione appare ancora più curata della prima, stando almeno alla visione del primo tv movie. Si presenta come un prodotto cinematografico più che televisivo, ma allora non deve stupire lo share certamente non esaltante registrato settimana scorsa e la notizia che Crimini 3 probabilmente non si farà.

 

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