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SCONTRO TRA TITANI/ Grandi effetti e poca emotività, un film gradevole come un bicchiere di Coca-cola

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Non tutto è stato azzeccatissimo, se pensiamo a come è stato reso Pegaso o le streghe dello Stige, ma se perdoniamo qualche eccesso, quello della fotografia e dell'impatto visivo dei personaggi rimane, come detto, il maggior punto di forza della pellicola. Per il resto, certamente, il film è poco più che robetta. La trama è forte di un plot già collaudato, quello del 1981, senza però la forza di diventare il piccolo grande cult che fu ed è lo Scontro di Titani di Desmond Davis.


Certo, nell'originale spiccavano nomi del calibro di Ursula Andress e Laurence Olivier, mentre qui il cast non è certo di stelle, ma i problemi "veri" sono altri. Per cercare di venire incontro ai gusti del pubblico di oggi, infatti, si è deciso di rinunciare ad alcuni elementi dell'originale che sono entrati nel mito, come il gufo meccanico Bubo, nel modo di esprimersi "clone" del mitico R2D2 di Guerre Stellari (che appare in un cameo un po' irriverente) e la cui funzione è stata svolta da Gemma Arterton (niente male!) nel ruolo di Io, appositamente tagliato per permettere al Perseo (interpretato da Sam Worthington) una bella e meritata storia d'amore (platonico).


Gli elementi cult della nuova pellicola, ci sono a dire il vero, ma sono un po' nascosti. Innanzitutto le armature sono state ispirate a quelle del manga giapponese Saint Seiya (I Cavalieri dello Zodiaco) di cui il regista è fan accanito, tanto da affidare alla penna del loro disegnatore, Masami Kurumada, la realizzazione di quattro poster ufficiali del film usati in Giappone, dove il film è uscito il 23 Aprile.


Ma il difetto principale del film sta scarsa profondità dei personaggi. Troppe figure presentate e non approfondite, come la principessa Andromeda, i Djinn (che nell'originale nemmeno c'erano), il fanatico religioso, il re Acrisio o persino il tanto temuto Kraken. Troppa gente per un film moderno dal ritmo veloce che non sia una saga di tre episodi di tre ore ciascuno. In particolare con l'introduzione della figura di Io a risentirne è l'empatia con la principessa Andromeda: in fin dei conti, se il mostro se la pappa, a noi ci importa?  

 

(Gian Maria Corbetta)



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