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NO PANIC/ Rosella Canevari: “Un romanzo terapeutico per me e per gli altri”. E Voglio un mondo rosa shokking attende il grande schermo

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Come ti approcci ad un nuovo romanzo: parti dalla struttura, dall’intreccio o da un personaggio? Come nasce l’idea?

C’è un discorso razionale ed uno creativo-emotivo, entrambe le cose convivono. All’inizio c’è un’intuizione e un bisogno: la scrittura è l’unica cosa, tra le tante che faccio, che per me è veramente un bisogno. Dopo un inizio dettato dal flusso di coscienza (alla maniera di Joyce) quindi irrazionale, subentra la parte razionale: scrivo il senso del romanzo in 5 righe, il pitch, senza il quale il romanzo non può nascere. Poi passo ai personaggi, inizio a creare e scandagliare i protagonisti, conoscendoli in profondità: cosa amano e cosa odiano, io stessa arrivo ad amarli o odiarli. E poi scrivo il romanzo, avendo deciso uno schema generale della trama. Spesso rispetto allo schema iniziale sono disobbediente. Nel momento in cui scrivo accadono cose inaspettate che mi stupiscono, la scrittura ti porta altrove rispetto a dove avevi programmato ed è in questo che secondo me risiede la vera creatività.

 

Il tuo metodo ricorda molto quello della tecnica di scrittura per il cinema. Proprio in questo periodo stai lavorando alla sceneggiatura di uno dei tuoi libri (Voglio un mondo rosa shokking). Un’arte aiuta l’altra, una scrittura influenza l’altra?

Sì, tutto influenza tutto, c’è una grande commistione. È la prima sceneggiatura che scrivo e per me è un’esperienza esaltante. La sceneggiatura e la scrittura sono simili, mi piacciono entrambi da morire. Ho sempre sognato di scrivere per il cinema e sapevo che in qualche modo ci sarei arrivata. Però la letteratura è il mio primo amore. Quando scrivo un libro sono sola, non ci sono produttori, registi o attori; posso creare liberamente un mondo e muoverne i fili, è il mio mondo. Con la sceneggiatura, invece, bisogna affrontare tutta una serie di problemi produttivi e di realizzazione. Ora sto imparando l’arte del compromesso e il lavoro insieme agli altri. Voglio un mondo rosa shokking è un libro che ho scritto molto velocemente, di getto, in un mese. E ora che lavoro all’adattamento per il cinema mi sono accorta della ricchezza del libro e del lavoro bello che avevo fatto. Ma ho anche scoperto alcune ingenuità, visto che il romanzo è grezzo e giovane. Ora non lo riscriverei così e, infatti, nella sceneggiatura molte cose stanno cambiando rispetto al libro.

 

E la storia sta uscendo rafforzata dalla sceneggiatura o hai dovuto rinunciare a certe cose, elementi importanti del libro?

Senza dubbio rafforzata. La sceneggiatura mi sta aiutando a vedere cose che prima non avevo notato anche perché ero agli inizi della mia carriera. Sto scrivendo con due sceneggiatori, una donna e un uomo, non volevo farne un film solo femminile. Avevamo bisogno anche del punto di vista maschile per creare un film che potesse parlare a tutti. Anche su una tematica molto delicata – di cui parla il libro e il film – come l’interruzione di gravidanza: cerchiamo di parlarne anche dal punto di vista maschile, non solo da quello femminile.

Sarà una commedia per tutti e conterrà anche una forte critica al mondo della televisione contemporaneo. Con la sceneggiatura sto imparando l’arte della diplomazia e del compromesso. Soprattutto per me che ho scritto il libro, certe critiche degli sceneggiatori quasi mi danno fastidio perchè quelli sono i miei personaggi, li ho creati io. E, invece, aprendosi agli altri, alle visioni altrui, non si fa che arricchirsi e scoprire cose nuove. Tutto diventa ancora migliore.

 

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