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FRINGE/ Un crescendo di personaggi e trama: seduce pian piano la creatura di J. J. Abrams

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Di Fringe quindi potremmo parlarne facendo luce sugli aspetti prettamente narrativi, oppure analizzando la lettura che la serie fa delle multinazionali e della scienza, ma è forse bene lasciare queste riflessioni a quando avremo una visione più complessiva della serie. Ciò che invece emerge prepotentemente dai primi ventitré episodi, è la straordinaria capacità di scrittura degli sceneggiatori, non solo per quanto riguarda gli intrecci o la storia, ma soprattutto nel delineare in modo così preciso e sfaccettato i tre personaggi principali.

 

C’è l’agente Dunham interpretata da Anna Torv, Peter Bishop che si incarna nei panni di un redivivo Joshua Jackson (il Pacey di Dawson’s Creek), ma soprattutto c’è il professor Bishop. È lui il personaggio più complesso e meglio interpretato della serie: John Noble (era Denethor ne Il Signore degli anelli – Il ritorno del re) dimostra la sua stoffa di attore costruendo un personaggio dalle molteplici e contraddittorie emozioni, che vanno da uno sguardo quasi infantile sul mondo ad un pressante senso di colpa, dalla malinconia tipica della vecchiaia al dolore che ha attraversato le sue carni.


Dobbiamo ammetterlo: è difficile vedere (anche sul grande schermo) un’interpretazione così precisa e accurata, capace di emozionarci ad ogni piccola espressione sul suo volto. È per questo che stupisce ancora di più la poca considerazione che la critica americana ha avuto dell’interpretazione di John Noble, passata inosservata anche agli ultimi Emmy Award.


Ma, come dicevamo prima, Fringe ha concluso la sua prima stagione e sappiamo che questa era solo un’introduzione. È con la seconda serie che si entra veramente nel gioco, e noi spettatori non vediamo l’ora di giocare.
 



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