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TV/ Csi, House e Ncis: le serie che hanno cambiato il mondo dei telefilm

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I dati di ascolto e il mondo cambiato (rischio di anacronismo)

I dati attuali dei telefilm vanno letti con attenzione alla luce del particolare (e nuovo) contesto competitivo: aumento delle piattaforme di distribuzione dei contenuti; incremento del numero di canali (multichannel) e dell’offerta complessiva; un conseguente cambiamento significativo degli equilibri di ascolto: aumentano gli attori, si erodono le quote di mercato dei grandi e si manifesta una certa qual tendenza alla polverizzazione del resto; infine, l’espansione del mondo pay, che porta con sé l’introduzione del tema delle finestre di programmazione: cioè, oggi, un prodotto prima di arrivare alla free television (quella normale che ognuno può vedere sul proprio televisore senza pagare nulla) è patrimonio esclusivo per un certo periodo di tempo delle reti pay che li utilizzano per prime in abbondanza, facendoli arrivare quanto meno più consumati alla televisione free.

 

Sono cambiati gli equilibri fra le reti dunque; si poteva pretendere che nulla cambiasse per il genere seriale? E, comunque, anche oggi il genere telefilm realizza sia su Rai2 che su Italia1 medie di ascolto o superiori a quella di rete o più stabili e certe nel tempo di quelle di altri generi televisivi.

 

La qualità dei telefilm

Sono prodotti di qualità i telefilm: gioiellini, macchine da racconto sofisticate che sono in grado di intercettare umori e inquietudini e stati d’animo e domande e contraddizioni e perfino concezioni del mondo. “Non catturano la realtà, sono la spia dell’inconscio che cova sotto il susseguirsi degli eventi quotidiani. In questo senso anticipano le fobie, gli umori, le speranze del pubblico a cui sono rivolti” (Carlo Freccero, Link, aprile 2007).

 

Sono prodotti che hanno la “capacità di sondare con disincantata onestà le contraddizioni dell’oggi” (Armando Fumagalli-Paolo Braga, Link, aprile 2007). E infatti i prodotti che “contengono” temi stimolanti sono parecchi. Solo per citarne qualcuno:

 

Dottor House: è un medical? È un thriller? È un giallo? E, poi, spostandosi di piano, questo telefilm non è forse anche un trattatello sul motivo per cui vale la pena stare al mondo e sul senso/non senso del dolore? Sul rapporto fra la realtà e un sovrannaturale che continuamente si nega ma indirettamente si evoca?

 

Lost, pieno com’è di domande “altre”: chi siamo, dove andiamo e da dove veniamo? Qual è la consistenza della realtà?

 

24, che ci racconta con il suo tipico stile adrenalinico della difficile ricerca del giusto equilibrio fra il rispetto dei diritti individuali e la salvaguardia dell’interesse collettivo in un’epoca di paure collettive

 

CSI e Mentalist, due tipici crime che ci mettono davanti agli occhi due opposti concetti di ragione. Il primo che valorizza la scienza come unico modo di rapporto con la realtà e che riduce la ragione a misura del reale; il secondo che ribalta la prospettiva, che dice che c’è un “fattore umano” ancora più profondamente in grado di capire alcuni fenomeni del reale e che fa della ragione il punto di partenza ma non quello conclusivo del rapporto con essa

 

Flashforward, l’ultimo gioiellino di casa Disney, non ci introduce in qualche modo, anzi, in modo assolutamente diretto, al grande tema del rapporto fra libertà e predestinazione?

 

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