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DEAR JOHN/ Un film intenso d’amore, ma con poca umanità

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Dopo due settimane John indossa l’uniforme, promettendo di tornare. La guerra rimane espediente narrativo sullo sfondo e il carosello di missioni americane in Africa segue il ritmo delle lettere che, romanticamente preferite ai prosaici satellitari, raccontano la nostalgia senza particolari slanci poetici. La luna, testimone muta e logora, unisce gli innamorati in un abbraccio virtuale.

 

Ma la Storia fa breccia nelle loro vite e, dall’università di Savannah all’accampamento di John, l’11 settembre squarcia il velo di certezze di una generazione. Come già la guerra, anche l’attentato é liquidato come ostacolo all’amore. “Mi sono svegliato e i palazzi crollavano” afferma John e le sue lacrime confuse sono l’unico solco che la svolta epocale segna nella narrazione. Anche lo slancio patriota si dà per scontato e la scelta di John di rischiare la vita in Afghanistan si condensa in uno sguardo.

 

A lettere sempre più affannose segue il silenzio: Savannah é sfinita, sta per sposare un altro. La notizia squarcia John più a fondo delle pallottole che lo colpiscono ma, tornato in Sud Carolina, scoprirà che la verità é diversa dal viscido tradimento che si era figurato. Un finale in cui la categoria del sacrificio, cara ai romanzi di Sparks, non fiorisce nel profondo dei personaggi, perdendo molta della sua vertiginosa bellezza.

 

Senza rischiare nulla Dear John scandisce, con lente cadenze ottocentesche, i tempi di una narrazione ipertradizionale. A incrinare l’immobile superficie l’irrompere di motivi poco sviluppati: la fissità impacciata del padre, il senso profondo del sacrificio. Linee narrative che non si integrano con la patinata avventura degli innamorati.

 

L’irredimibile pecca del film é non aver sviluppato il tema centrale, accennato in apertura e nella scena intensa del commiato dal padre. Le parole di John “sono una moneta dell’esercito americano, sono stato stampato, pulito, levigato, ma ora sono una moneta con due fori, un pezzo di scarto” tradiscono un disagio profondo, una solitudine che lo avvicina al padre e che rimane estranea alla linea principale della storia amorosa.

 

Se John aspira alla densità di una persona e invita all’immedesimazione, Savannah mantiene una bidimensionalità da crocerossina senza passato, un’eroina da fotoromanzo di cui non riusciamo a cogliere le ragioni. Con l’ansia di rimanere all’interno di schemi facilmente fruibili Dear John perde l’occasione di parlarci di quelle storie che ce l’avrebbero reso più umano e vicino: il silenzio sofferto del padre, il senso di inadeguatezza di una generazione ferita.

 

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