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CANNES/ Il festival di Tim Burton premia anti-realismo e visionarietà

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Alla fine il cinema d’Autore ha riagguantato la sua Palma. Per la critica, Cannes 2010 era già bollata come un’edizione da dimenticare, povera di ispirazione, appiattita su un realismo sciatto, colpevole di aver dato troppo spazio a blockbuster già usciti nelle sale. Ma poi (o forse proprio per questo) la visionarietà e il simbolismo hanno trionfato al quadrato, nella storia di un uomo che, in fin di vita, si intrattiene con il fantasma della moglie e con il figlio trasformatosi in scimmione.

 

Sicuramente il fresco vincitore della Palma D’Oro, il thailandese Uncle Boonmee, è un film che, per temi e stile, non punta alle masse; che poi cinema di qualità significhi necessariamente visione faticosa e buchi logici, resta tutto da dimostrare. Comunque una cosa è certa: noi, comuni spettatori, siamo pronti a lasciarci alle spalle il trito dualismo Festival/Mercato, cinema d’autore/blockbuster, troppo rigido per rispecchiare la realtà del cinema contemporaneo e soprattutto le aspirazioni del pubblico.

 

Ne parliamo con Armando Fumagalli, ordinario di Semiotica ed Etica della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano, studioso di fama internazionale di cinema e televisione e formatore di giovani generazioni di sceneggiatori. Dal suo Master in Scrittura e Produzione per la Fiction e il Cinema presso l’Ateneo milanese, in dieci anni sono uscite molte firme dei prodotti migliori della fiction italiana, e recentemente anche nuovi volti della narrativa contemporanea.

 

 

Un commento a caldo sul verdetto di Cannes.

 

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