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PAOLO ROSSI/ Mistero buffo, anche il guitto deve inchinarsi alla croce

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Non conta che il crocefisso sia un manichino, simbolo di un qualsiasi profugo dei nostri tempi. Quando la Croce va su e gli attori - per bella intuizione della regista Carolina De La Calle Casanova - ci si mettono davanti in controluce, quasi in adorazione, succede qualcosa. Piomba in teatro uno strano silenzio, neanche un respiro si sente più.


No, non è l’antico rispetto imparato a catechismo: è che quella roba lì, quella Presenza lì si impone, e impone una pausa. Più del bellissimo “Stabat Mater” - preparato da un surreale dialogo a tre fra Paolo, Lucia Vasini e il musicista-spalla Emanuele Dell’Aquila - che Fo ha genialmente saccheggiato fra Medioevo e cultura popolare e che la Vasini fa intensamente suo (il Nobel si arrabbia se diciamo che con Franca Rame l’abbiamo sempre sentito troppo affettato?).


Il dolore della Mater, che profuma di testoriani struggimenti, ci ha commossi. Ma è la Croce, nuda e oggettiva, che ci impone il silenzio. E quel silenzio ce lo portiamo dentro e si porta via tutto, le risate e le castronerie, la bravura di Paolo Rossi e anche il suo disordine. Qui, davvero, la rappresentazione si fa sacra: il giullare ha portato a termine il suo compito. E se subito dopo ci fa di nuovo ridere con l’inaffondabile Jannacci-Fo di “Ho visto un re” è giusto, sacrosanto. Non per parlar d’altro, ma per sostenerne il peso, tutti insieme.
 

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