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THE ROAD/ Il film sul rapporto padre-figlio di cui forse non c’era bisogno

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Kodi Smit-McPhee e Viggo Mortesen (Foto Ansa)  Kodi Smit-McPhee e Viggo Mortesen (Foto Ansa)

Forse è l’antico problema che, con un libro di successo, ogni regista si scontra con la concorrenza peggiore che ci sia: il film che ogni singolo lettore ha già girato nella propria testa. Forse è proprio per la fedeltà pedissequa dell’adattamento, che fa nascere un dubbio di fondo: ma perché l’han fatto, questo film?

 

Contrariamente a una diffusa credenza, infatti, non è la fedeltà a fare di un buon romanzo un buon film: è lo sguardo particolare, la sensibilità personalissima di chi scrive e chi dirige a convincere. Un romanzo è come un paesaggio; un film è decidere dove guardare. L’impressione è che Hillcoat abbia tentato di rifare un paesaggio, ma al cinema non si può fare, e infatti gli è venuto fuori un film che non sa bene dove guardare.

 

Ma, come detto, è tutto molto strano, perché non è che il film sia brutto, anzi: e lo sforzo produttivo, a fronte di un budget di soli 25 milioni di dollari, è notevole. Splendida fotografia, scenografie ben realizzate, musiche giuste, Mortensen è molto bravo, Smit-McPhee è semplicemente impressionante, considerando la densità delle scene che ha dovuto girare a soli 11 anni (su tutte, quella in cui il padre, con calma, gli insegna a suicidarsi). E la storia, appunto, è una delle più profonde e belle che gli uomini si siano mai raccontati. Eppure…

 

Forse la verità è che non c’era bisogno, di questo film. Forse.

 

(Alvaro Rissa)

 

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