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LO SQUALO/ C’è qualcuno in grado di battere la creatura di Spielberg dopo 35 anni?

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Come non capirli? Anche lo spettatore viene beffato da Spielberg con diverse scene che costruiscono pathos per poi risolversi in nulla di fatto; come un oggetto sulla superficie del mare viene portato verso la riva fino quasi a toccare la costa e poi in una risacca torna indietro, così la tensione. Finisce che ci si rilassa e si fa come gli amityislandiani, e lì... zac! Salta fuori dagli abissi la bestia con gli occhi di opale e la bocca grossa come quella di Sidney Rome e stacca un arto, trascinando il resto nel blu profondo.

 

La seconda parte del film, invece, suona come una rivisitazione moderna di “Moby Dick” o, se preferite, de “Il Vecchio e il Mare” di Hemingway: la caccia dell’uomo contro un nemico che un po’ è in alto mare e un po’ è dentro di Sé. In questo frangente Lo Squalo diventa anche una caccia fra il gatto e il topo relegata in uno spazio angusto (la barca) immersa in uno spazio sconfinato (l’oceano), come dire agorafobia e claustrofobia al prezzo di un solo biglietto.

 

Ciò che negli anni diverrà un classico dell’animale che “goes wild” e dell’essere umano che deve terminarlo, con tutta la noia che deriva dalla visione di decine di pellicole di basso impatto, qui è originale e reso alla perfezione. Passano gli anni ma la prima scena in cui compare la bestia in tutta la sua possenza, cioè quando il protagonista è mezzo girato a tirare esche nell’acqua, è ancora un bel pugno nello stomaco e la progressione degli eventi non è da meno, fino all’immancabile quanto catartica megaesplosione finale, preludio del leitmotiv cinematografico anni ’80.

 

Quindi, se quest’anno andrete alla stessa spiaggia e stesso mare con pinne, fucile e occhiali, e doveste essere fatti a pezzi da uno squalo bianco di proporzioni immani, non sprecate energie sperando di risultare simpatici e originali agli occhi degli amici che seguono il vostro dimenarvi fra spruzzi rossastri! Già visto, già detto da almeno trentacinque anni. Tenetevi dunque ben adesi al corpicino i vostri arti e piuttosto sedete placidi a ri-godervi uno dei capolavoro di Spielberg, che meglio di così si muore.



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