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LA NOSTRA VITA/ Le pecche del film di Luchetti che lo fan sembrare retorico

giovedì 3 giugno 2010

Elena e Claudio si amano, tanto. Sono davvero belli da vedere insieme, giovani ma con già due figli e un terzo in arrivo. Lui lavora tanto, come operaio nei cantieri di edilizia alla periferia di Roma, ma lascia spazio agli affetti e alla famiglia. Che è anche quella costituita dal fratello, più vecchio e più bello ma anche timido con le donne e sempre da solo, e dall’energica sorella con marito e figli.

 

Poi la moglie muore improvvisamente, proprio mentre dà alla luce il terzo figlio. A Claudio crolla il mondo addosso: urla tutta la sua rabbia (al funerale, nella scena toccante ma enfatica della canzone di Vasco Rossi - amata da entrambi, tanto che il bimbo viene chiamato Vasco - gridata a squarciagola), si incattivisce, decide di giocare sporco nel lavoro.

 

Il suo obiettivo diventa arricchirsi, in modi poco leciti, per risarcire i figli della perdita della madre e almeno poter loro concedere giochi e capricci di ogni tipo. Ma per far questo si imbarca in operazioni spericolate, che rischiano di farlo saltare per aria. Mentre un cadavere occultato per paura lo tormenta e lo porta ad avvicinarsi al figlio della vittima.

 

Il film che è valso al protagonista Elio Germano il premio come miglior attore protagonista (ex aequo con Javier Bardem) al festival di Cannes 2010 si regge in gran parte sulla prova del bravo attore trentenne: la cosa migliore di un film interessante, ma non del tutto convincente.

 

La nostra vita di Daniele Luchetti mette generosamente sul piatto tanti temi e spunti interessanti: l’impossibile compensazione del dolore con la ricchezza e i beni materiali, la solidarietà della famiglia, la paternità diretta ma anche quella vissuta nei confronti di un adolescente che è rimasto orfano (ma non lo sa ancora).

 

E sul piano sociale, di descrizione (efficace) di uno spicchio di mondo del lavoro (in nero): l’ambizione di diventare “padroncino”, l’aspirazione a essere uguale ai suoi operai, le tensioni che presto emergono con essi. Il regista e alcuni critici parlano anche di metafora dell’Italia, ma si può fare anche a meno di questa lettura politica e gustarsi lo stesso il film. Che però ha il difetto di condensare troppi fatti, svolte, personaggi in poco più di un’ora e mezzo e quindi di farlo a passo di carica.

 

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